Friday, 25 June 2010

Alcuni aspetti della civiltà lacedemone

Le radici della civilità occidentale affondano profondamente e fermamente nell’humus delle civilità classiche dell’antichità mediterranea. Oltre che Roma ed Atene, una menzione particolare la merita Sparta.

Ci sono svariati aspetti della civiltà lacedemone meritevoli di attenzione, in alcuni casi di vera e propria ammirazione, in specialmente considerando il contesto storico ed il comportamento dei loro contemporanei, per non dire di quello di alcuni nostri contemporanei.

Tra i caratteri fondamentali della civiltà Lacedemone vi erano infatti l’assoluto dominio della legge, che è forse la loro eredità più importante e storicamente influente, l’altissima considerazione per le donne e per il loro ruolo nella società e soprattutto, a meno di non avere la ventura di essere uno dei primogeniti maschi dei due re, che ne erano gli unici esenti, l’educazione obbligatoria universale per entrambi i sessi.

Gli Ateniesi distinguevano bene o male le donne nelle due rozze categorie di puttane o riproduttrici, le prime destinate ad essere frequentate, quindi usate, soltanto fuori da casa, le seconde condannate a non uscire quasi mai dal luogo destinato al loro uso, la casa, e nel caso dovessero temporaneamente uscirne, soltanto se coperte come le Afghane sotto i Taliban, se non peggio, e soltanto se scortate da parenti stretti.

In netto contrasto, il fenomeno della prostituzione, comunissimo ad Atene, era praticamente sconosciuto in Lacedemonia.

Vi sono comunque tanti altri indizi che ci raccontano dell’inusuale considerazione delle donne nella civiltà lacedemone. Quale altra civiltà pre-moderna limitava l’età del matrimonio a “quell’età in cui le ragazze possano finalmente gioire dei piaceri del sesso“?

Oltre per la considerazione per la volontà ed i desideri delle ragazze, potremmo anche citare il fatto che fino al matrimonio, e spesso anche dopo, i ragazzi e le ragazze passavano buona parte della giornata a studiare insieme, o ad ad esercitarsi nudi o seminudi, il fatto che i matrimoni erano comunemente decisi ed organizzati dai diretti interessati, il fatto che l’adulterio non era usualmente punito, e che comunque quando uno Spartiata non si sentiva più in grado di soddisfare la moglie sessualmente, non aveva remore a chiedere il favore ad un amico a lei gradito, soprattutto se c’era bisogno di un erede per la famiglia, o il fatto che, probabilmente unici tra gli antichi e comunque tra i pochi anche tra i nostri contemporanei, gli Spartiati non auguravano “figli maschi”, ma “figli” (in genere neutrale nell’originale Dorico).

L’enorme libertà e considerazione delle donne spartane rimase un unicum per secoli, i Romani in epoca imperiale andavano in vacanza in Laconia per vedere con i propri occhi i costumi esotici di questo strano popolo, e ne erano probabilmente scioccati, se non disgustati, così come a suo tempo ne erano stati scioccati anche gli Ateniesi, soprattutto dall’idea di mandare a scuola le figlie.

Bisogna però puntualizzare che se da una parte è vero che tante caratteristiche della loro civiltà erano straordinariamente e sorprendentemente avanzate, ce ne sono tante altre però ci farebbero rabbrividire se non proprio inorridire.

Per usare un eufemismo, tra le caratteristiche meno meritevoli di ammirazione vi era certamente il brutale e fondamentalmente inumano trattamento riservato agli Heloti, l’incapacità di trovare una soluzione per contrastare il costante calo demografico degli Spartiati che alla fine determinerà il declino definitivo della potenza militare lacedemone, l’incapacità di riuscire a convivere in pace con i propri vicini, l’infanticidio di Stato, l’eugenia di Stato, possibilmente anche, ma magari non probabilmente, la pederastia di Stato.

Su quest’ultimo punto, ovviamente particolarmente controverso, in realtà noi non sappiamo con assoluta certezza se a Sparta venisse veramente implementata una vera e propria pederastia di Stato.

Mentre è una eventualità possibile, e se si interpreta in una certa maniera, cioé come una sorta di lezione per insegnare in maniera brutale ai ragazzi ed alle ragazze che il loro corpo non gli appartiene, ma appartiene allo Stato, potrebbe anche essere in carattere con tante altre cose che sappiamo sui Lacedemoni, non è molto probabile perché, come visto appena precedentemente, tante altre cose che sappiamo su di loro ci indicano l’esatto contrario: ad Atene, ad esempio, mentre siamo certi che la pederastia non fosse un affare di Stato, siamo invece assolutamente certi che fosse molto diffusa.

Era un tipo di relazione, per la nostra sensibilità contemporanea chiaramente sbilanciata, tra individui consenzienti, per quanto ne sappiamo fondamentalmente omosessuale (anche perché probabilmente le relazioni con prostitute bambine agli Ateniesi potrebbero purtroppo non essere sembrate particolarmente degne di nota o di importanza), dove gli adolescenti coinvolti cercavano compensi materiali, sia immediati che futuri.

A Sparta, come la prostituzione, anche l’omosessualità era, se non sconosciuta, probabilmente malvista, tant’è che anche l’archeologia conferma che mentre si possono trovare un po’ ovunque grandi quantità di ceramiche dipinte con scene omosessuali, in Lacedemonia sono rarissime, se non proprio assenti. Ci sono insomma tanti indizi che ci fanno quindi pensare che la pederastia di Stato degli Spartiati fosse probabilmente una delle tante calunnie messe in giro dai tanti loro nemici, tra i quali appunto gli Ateniesi.

I Lacedemoni erano infine molto conservatori, e certamente molto rispettosi delle tradizioni. Ad esempio gli ultimi che ad abbandonare la religione dei nostri progenitori furono proprio loro. Gli Spartani resistettero al proselitismo cristiano ed islamico praticamente fino al X secolo inoltrato!

Wednesday, 23 June 2010

What went wrong with Spain?

From 1984 to 2002 I thoroughly enjoyed the way Spain played.

They could have achieved something more, a couple of times were really misfortunate, especially with big mistakes by very good goalkeepers, some other times they weren’t truly helped by the officials, I’ve already whined about Ghandour recently, but at the end of it, they were often a joy to watch, even when loosing.

To make a point their bout with Nigeria at the 1998WC was one of the greatest 1st round match at World Cups ever.

Already in 2004 and 2006 anyway it was clear something was starting to go amiss, and albeit their victory in 2008, at that point they had completely lost it. In recent years watching Spain has become akin to watch grass grow.

They have become worst than the worst Brazilian or Colombian teams at their dreamy worst, for large bits of their matches you would be forgiven to start snoring, players seems more concerned of getting the ball in the empty areas of the field than to try to score a goal, at times I despair some of these players will at some point remember even to give a try at that! It is such an uneuropean way to play, I truly hope it is not representative of the way teams are playing in La Liga nowadays, but if that would be so, I’d not understand where these players came from. They played already so in 2008, and if possible, they have been only been worsening since then.

The British press went rightly berserk for the display of England against Algeria, now I understand the Spanish press and public opinion has been quite happy with the soporific way of life of Spain in recent years, but I suspect that may well be because they have got some victory at last, victory snatched more by the merit of some erratic individual flare than from real sustained, fast, full of pace, all around team effort, I cannot fathom how they will be able to afford to go forward along that path in the long term.

Friday, 4 June 2010

L’assassinio del Vescovo Luigi Padovese ad Alessandretta

Dalla Provincia di Hatay sta in queste ore giungendo in Sicilia come nel resto della Repubblica Italiana la triste notizia dell’assassinio del Vescovo di Hatay, Monsignor Luigi Padovese, che era tra l’altro anche il Vicario Apostolico per l’Anatolia, oltre che a capo della Conferenza Episcopale Turca.

Monsignor Padovese, francescano cappuccino, secondo le prime notizie sarebbe morto in seguito ad un accoltellamento avvenuto mentre sedeva nel giardino della sua casa in località Karaağaç (“Olmo”, letteralmente “Albero Nero”), nei pressi di Iskenderun (“Alessandretta”), da parte si sospetta del suo autista, il Sig. Murat Altun, di etnia Curda, proveniente dal villaggio Tavuklu (“Gallinara”) nel Comune di Ömerli (“Omerico”) in Provincia di Mardin, il quale sembra soffrisse di turbe psicologiche e che fosse recentemente finito in depressione, ed a quanto pare sembra che lo stesso Mons. Padovese stesse pagando le cure mediche del caso.

Sembra che il Sig. Altun fosse stato anche ricoverato recentemente in ospedale, il 28 Maggio, e che sia il padre del principale sospetto, il Sig. Ferhan Altun, che un fratello ed un cognato abbiano lavorato o lavorino per la Chiesa Cattolica. Dalle prime notizie sembra anche che il Sig. Murat Altun possa essere anch’egli un fedele cattolico.

La dinamica del delitto sembrerebbe piuttosto cruenta, l‘assassino avrebbe infatti tagliato la gola del Monsignore, come ad un agnello sacrificale. Sempre secondo le prime frammentarie notizie, sembra che la polizia abbia catturato il principale sospettato con l’arma del delitto ancora addosso.

Sia fonti Vaticane che della chiesa locale si sono precipitate a sottolineare che al momento sono da escludere motivazioni politiche o collegate alle recenti tensioni che hanno coinvolto la Turchia con Israele.

Le prime notizie dalle fonti giornalistiche turche farebbero però ritenere che la polizia turca avrebbe inizialmente sospettato una possibile motivazione politica, ma dopo aver iniziato ad interrogare il Sig. Altun, sembra che questa pista si sia per il momento raffreddata. Le indagini sono immediatamente state avocate dai più alti livelli dell’autorità di polizia locale, sono condotte infatti, oltre che dal Prefetto di Hatay, anche dal Capo della Polizia di Hatay Ragıp Kılıç.

Il Prefetto di Hatay, il Sig. Mehmet Celalettin Lekesiz, ha rapidamente contattato l’Ambasciatore Italiana, il Sig. Carlo Marsili, comunicandogli altresì la cattura del principale sospettato ed informandolo sull’interrogatorio attualmente in corso da parte della polizia turca.

Monsignor Padovese era giusto in procinto di recarsi a Cipro, dove avrebbe dovuto incontrare Papa Benedetto XVI, nel corso di una imminente visita papale che avrebbe dovuto iniziare proprio domani Venerdì 4 Giugno.

Monsignor Padovese, Milanese, nato nel 1947, titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Università Antonianum, l’università dei Frati minori a Roma, era un dichiarato sostenitore dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, ed aveva infatti guidato l’ingresso della Conferenza Episcopale Turca nel Consiglio delle conferenza episcopali europee, la sua prematura dipartita lascia invece incompiuto l’obiettivo di ottenere una personalità giuridica per la Chiesa Cattolica Apostolica Romana in Turchia.

La notizia è stata prontamente rilanciata da tutti i principale media turchi, dove in molti casi ha rimpiazzato almeno temporaneamente come prima notizia l’arrivo all’aeroporto di Istanbul dell’equipaggio della Mavi Marmara.

Questa settimana siamo per motivi familiari ad Antiochia, dove risiedono i miei suoceri e proprio jeri mattina con mia moglie siamo andati in Prefettura per farci firmare dei documenti dal locale Prefetto, il Sig. Mehmet Celalettin Lekesiz, il quale in uno Stato organizzato in maniera centralista come la Turchia riveste anche la carica di governatore della Provincia, che caso piuttosto raro in Turchia, non prende il nome dal capoluogo, Antiochia appunto, ma mantiene l’ancestrale toponimo di Hatay perché quello era il nome utilizzato dall’omonima repubblica indipendente che nel 1939 decise con un referendum di essere incorporata nella Repubblica Turca.

Wednesday, 2 June 2010

L'etimologia della Rosa

Chissà quante generazioni di studenti hanno iniziato ad imparare il Latino declinando "Rosa".

Chissà quanti tra questi crederebbero a chi gli dicesse che una parola foneticamente tanto differente come il Turco "Gül", che significa "rosa" in Turco, e che è a sua volta un prestito linguistico dall'Iraniano, che nella versione moderna usa infatti "Gul", abbia in realtà la stessa etimologia di "Rosa".

Entrambi i termini derivano infatti da un comune antenato indoeuropeo, attestato come "Warda" nell'Avestico, passato all'Arabo "Wardah" e all'Ebreo "Vered" tramite l'Aramaico, anch'esso "Warda" appunto, entrato nel mondo Mediterraneo attraverso l'Hellenico pre-classico "Vrodon" o "Frodon" e/o l'antico Persiano "Vrad", da cui l'Armeno "Vard", l'Hellenico classico "Rhodon" (ma anche Homerico, vedi il ῥοδοδάκτυλος Ἠῶς citato da Malick in The Thin Red Line), il Latino classico "Rosa", il Basco "Arrosa" e lo Sloveno moderno "Vrtnica", quest'ultimo incredibilmente somigliante alle forme più antiche tra quelle attestate.

La metamorfosi dall'Avestico Warda all'Iraniano Moderno Gul dovrebbe essere passata dagli intermedi Vrad, Vile e Vil, e tra l'altro il Turco Gül potrebbe anche essere una forma intermedia tra Vil e Gul (la ü è una anteriore chiusa arrotondata, lungo la strada tra i ed u cioé). Da notare come anche l'Hindi, il Telegu ed il Marathi usino un lemma molto simile, "Gulab".

Ironicamente, dato che la forma dell'Hellenico classico è alla base della parola usata in praticamente tutte le lingue dell'Europa Occidentale, nell'Hellenico moderno si usa perlopiù "τριαντάφυλλο" ("trenta petali") dalla generalizzazione del nome di una particolare rosa particolarmente cara ai popoli Balcanici, tant'è che questo uso si è diffuso anche nell'Albanese o nel Rumeno (ma se andate in Hellade ed usate "Rhodo", vi capiranno!).

Se avessi dovuto personalmente scommettere sull'origine primaria della radice Indoeuropea (cioé su chi abbia per primo usato quella radice per indicare una rosa), avrei scommesso su una lingua Anatolica indoeuropea (i.e. Luvio o Nesiano), ma purtroppo non credo ci sia nulla di attestato e provabile al riguardo, a meno di puntare il compasso arbitrariamente su un buon candidato, come possono essere sia l'Armeno, che l'Hellenico pre-Classico che il Paleopersiano.

Per quanto riguarda il Siciliano, infine, seguendo le regole della vocalizzazione Siciliana, viene ovviamente "Rosa", non "Rusa", per cui tutti quegli studenti Siciliani che sfiniti dalle declinazioni latine finivano per confondere "a rosa" con "a rusa" ovviamente si sbagliavano!

Friday, 21 May 2010

Akbil, Istanbul’s smart ticket

Except for the couple of years following the disastrous earthquake that hit Istanbul in the summer of 1999, when it suffered a sizable if only temporary decline in population, in the last twenty years the population of the city straddling the Bosphorus has grown by an average of 600 000 inhabitants per year, and understandingly, managing this growth has been a major problem.

Adding up more than ten million more people means adding up between three to four times the population of Rome, or about twice the population of Sicily, and to a city that was already bigger than Rome twenty years ago. Houses, roads, hospitals, bridges, viaducts, highways and other infrastructures to cater for the needs of all those people had to be built, in some cases even twice as it was necessary to rebuild a big chunk of those due of the damage caused by the earthquake of 1999.

Managing public transport in Istanbul is a huge task, given that while each day there are almost three million private vehicles going around the city, the rest of the over 15 million people living or working in the city are using the mass transit services offered running mainly by the local public transport company, the IETT.

To give an idea of the type of tasks in which the IETT is continuously involved, just over the past five years they have put in operation a fast bus line on a purposely built dedicated lane which is currently carrying one million people a day, they have built under the Bosphorus Straits the undersea rail tunnel Marmaray, the deepest underwater tunnel in the world, which is going to be capable of withstand 150,000 passengers per hour and they have currently managing the construction of 25 km of new underground lines.

The mandate of the IETT is certainly titanic. The major highways that run through Istanbul, the so-called Çevreyollari (“ring roads”) are congested 24 hours a day seven days a week throughout the year. Next to that sort of hell on earth, other major European orbital motorways like the M25 around London or the GRA around Rome are looking like some sort of country road.

IETT must address and resolve problems of an immense scale, such as finding a way to sell daily the tickets for more than six million passengers, which on certain days become more than ten million within the twenty-four hours .

Incredibly, for the public transport system of a city that has more inhabitants than the sum of Milan, Rome, Naples, Turin, Palermo, Florence, Genoa, Bari, Catania, Cagliari and some, all cobbled together, its linchpin can quietly rest in the palm of one hand: the Akbil, Istanbul’s “smart ticket”.

Once upon a time, over fifteen years ago, a group of Turkish engineers working for the IETT adopted a small device, technically an i-button, practically a small chip covered by steel manufactured in the U.S. from what was then called Dallas Semiconductor, and developed a system to use that as a portable rechargeable electronic ticket. It can easily be connected to your key chain, it can be recharged anywhere and it can be used to take all sorts and types of public transport, which in a city that covers 5,000 km2 means virtually every vehicle ever invented by mankind to move on land and sea, and even the cola from the vending machine in the subway.

To use it, the only thing you need is to click the button on a smallish special purpose reader device, obviously installed at the door of all sorts of public transport, hence you will be absolutely sure you have paid the ride, while the computer system of the IETT will care about whatever else, fare rules and everything. There are over ten million Akbil in circulation only in Istanbul, and each day the IETT sells on those at least five million tickets.

Akbil, il biglietto intelligente di Istanbul

Ad Istanbul il problema principale della città è che negli ultimi venti anni la popolazione è cresciuta in media di 600 mila abitanti all’anno, con l’unica eccezione del biennio tra il 1999 ed il 2001, quando, a seguito del disastroso terremoto che la colpì nell’estate del 1999, subì un temporaneo quanto vistoso calo demografico.

Sono oltre dieci milioni di persone in più, cioé tre e quattro volte la popolazione di Roma oppure circa il doppio della popolazione della Sicilia, che si sono aggiunte ad una città che era già più grande di Roma venti anni fa; tutte persone per le quali si sono dovute costruire case, strade, ospedali, ponti, viadotti, autostrade ed altre infrastrutture, che in alcuni casi si sono dovute poi ricostruire per via dei danni provocati dal terremoto del 1999.

La gestione del trasporto pubblico ad Istanbul è un’opera immensa, infatti mentre i veicoli privati in giro per la città ogni giorno sono ormai quasi tre milioni, il resto degli oltre 15 milioni di abitanti va in giro con i mezzi dell’IETT, la locale azienda di trasporti pubblici.

Per dare un’idea del tipo di opere in cui l’IETT è coinvolta continuamente, negli ultimi cinque anni ha aperto una linea di bus veloci su corsia dedicata che trasporta un milione di persone al giorno, ha costruito sotto lo stretto del Bosforo il tunnel ferroviario Marmaray, il più profondo tunnel sottomarino del pianeta, capace di reggere 150 mila passeggeri all’ora ed ha oltre 25 km di metropolitana in costruzione.

Il compito dell’IETT è certamente titanico. Le grandi arterie stradali che solcano Istanbul, le cosiddette Çevreyollari (in Siciliano “cievreiollari”) sono congestionate 24 ore la giorno sette giorni la settimana tutto l’anno, un vero e proprio inferno in terra al cui confronto il traffico nelle grandi circonvallazioni europee come la M25 a Londra o il grande raccordo anulare a Roma sembra quello di una strada di campagna.

Le problematiche che l’IETT deve affrontare e risolvere sono ovviamente in scala con il suo compito, ad esempio la vendita dei biglietti per oltre sei milioni di passeggeri quotidiani, che in certi giorni diventano ben oltre dieci milioni di passeggeri nell’arco di ventiquattro ore.

Incredibilmente, la chiave di volta della gestione del trasporto pubblico in una città che ha più abitanti della somma di quelli di Milano, Roma, Napoli, Torino, Palermo, Firenze, Genova, Bari, Catania, Cagliari più qualche altra tutte assieme, sta tranquillamente nel palmo di una mano: l’Akbil, il “biglietto intelligente”.

Oltre quindici anni fa un gruppo di ingegneri turchi alle dipendenze dell’IETT ha adattato un piccolo dispositivo, tecnicamente un i-button, praticamente un piccolo chip rivestito d’acciaio, costruito negli USA da quella che all’epoca si chiamava Dallas Semiconductors, alla funzione di biglietto elettronico portatile e ricaricabile. Lo si attacca al portachiavi, lo si ricarica ovunque e si prendono tutti i mezzi pubblici, che in una città che si estende per 5000 km2 significa praticamente tutto ciò che di mobile è stato inventato dall’umanità per muoversi su terra e mare, e volendo anche la cola dal distributore automatico in metrò.

Basta letteralmente fare un click del bottoncino con uno speciale dispositivo progettato all’uopo ed installato in tutti i mezzi pubblici, e veramente poco ingombrante, per essere certi di avere pagato la corsa, del resto, regole tariffarie e quant’altro, se ne occupa il sistema informatico dell’IETT. Di Akbil in circolazione ce ne sono oltre dieci milioni ed ogni giorno vengono vendute attraverso di esso almeno cinque milioni di corse.

Tuesday, 18 May 2010

Sull'ottimo utilizzo di "@"

Fino a non molti anni fa in Italiano il segno identificato dal carattere tipografico @ veniva chiamato esclusivamente "a commerciale", ed era praticamente conosciuto soltanto da chi si occupava di contabilità. Ancora oggi "a commerciale" è il nome ufficiale con il quale viene indicato e definito @ nelle traduzioni ufficiali in Italiano dei vari standard per la codifica dei caratteri tipografici, sia in ambito informatico che telematico.

Questo segno ha una storia lunga alle spalle, e mi è capitato di leggere o sentire ipotesi che ne fanno risalire l'origine ai Romani, con il significato di prezzo unitario del contenuto di una anfora, con una certa analogia all'uso contemporaneo, ma non ho mai visto prove certe al riguardo, soltanto indizi, per cui quello di cui siamo veramente certi è che già da secoli prima che inventassero la posta elettronica fosse comunemente usato in contabilità, utilizzato per indicare il prezzo unitario, praticamente con il significato di "al prezzo unitario di". Questo uso è ancora abbastanza comune nei paesi Anglosassoni, capita ad esempio di vedere nei mercati all'aperto Britannici la frutta vendute "@30p", che significa appunto a 30 centesimi di sterlina cadauna.

Incidentalmente, se l'etimologia basata sull'anfora fosse quella corretta, in analogia all'uso iberico, dove la "a commerciale" viene chiamata "arroba", che era l'anfora da 25 libbre (dall'arabo "ar rub", un quarto di 100 libre appunto), in Siciliano il segno @ potrebbe essere anche chiamato "quartara", che è appunto il nome Siciliano dell'arroba.

La "a commerciale" in Inglese viene considerata come un segno tachigrafico per indicare l'unione tra la a e la t, ed infatti viene sempre pronunciata "at", e viene usata a rappresentanza di una preposizione comune alla gran parte delle lingue Indoeuropee, già testimoniata nel Sancrito ("adhi").

Questa preposizione nel Latino classico veniva usualmente scritta come "ad", ma non sempre, abbiamo infatti testimonianze di forme in "ar", vedi ar-biter e non ad-biter, che è la ragione per cui diciamo arbitro e non adbitro o più probabilmente abbitro anche in Italiano (in questo caso, la parola Siciliana deriva probabilmente da una forma meno arcaica di quella Italiana), e veniva usata con l’accusativo, ma già nel IV secolo si era imposta la forma scritta "at", forse in analogia con la forma diffusa anche tra le lingue germaniche. Nelle lingue Celte la forma usuale è ancora "ar", mentre è attestato come "az" in qualche dialetto Osco.

In Latino ad/at non indica usualmente stato in luogo, ma veniva usato principalmente per denotare tre diversi tipi di relazione:

  • per indicare la direzione verso un oggetto;
  • per indicare il luogo verso il quale qualcosa arriva;
  • per indicare il luogo presso il quale si è arrivati o ci si sta avvicinando;

Nel caso dei server di posta elettronica, la relazione indicata ancora oggi dalla preposizione è quella di: "presso" quando qualcosa si è precedentemente mossa o si sta muovendo "verso" quel qualcosa".

Vi sono però tanti altri usi, tra i quali è abbastanza comune quello nelle frasi dedicatorie, celeberrima la dedica al fratello in "M. Tullii Ciceronis ad Quintum Fratrem Dialogi tres de Oratore", o di indirizzamento.

Nell'Inglese standard la preposizione ad/at del Latino classico usata con l'accusativo viene usualmente tradotta dalla preposizione "to" sempre reggente l'accusativo, come nella celebre frase "to whom it may concern".

Negli ultimi anni, oltre che per indicare i server per la gestione della posta elettronica, si è iniziato ad assistere, dapprima nella comunità Anglofona, e poi in svariate altre comunità linguistiche in giro per il mondo, all'utilizzo del carattere @ con funzioni di indirizzamento o dedicazione.

Questo uso chiaramente non è un Anglicismo, perché appunto in Inglese per la funzione di dedicazione ed indirizzamento viene usata la preposizione "to", ma è un vero e proprio Latinismo.

Marcus Tullius Cicero oltre 20 secoli fa usava questa preposizione esattamente come tutti quelli che la usano su Facebook, Twitter, BlogSicilia ed altre mille piattaforme, e se proprio avessimo bisogno di un'autorità letteraria per dirimere una eventuale questione sulla liceità di tale preposizione e del relativo carattere tachigrafico con funzioni di indirizzamento o dedicazione, non ce ne sarebbero proprio molte di maggiori.

Il nostro beneamato Marcus Tullius Cicero avrebbe probabilmente chiamato questo uso "ad aliquem", anzi, probabilmente il buon Marcus Tullius Tiro, il segretario e confidente di M.T. Cicero tradizionalmente considerato il fondatore della stenografia, sarebbe certamente stato felicissimo di definirlo "@aliquem".

Le lingue sono organismi piuttosto dinamici in costante evoluzione, per cui non deve sorprenderci che l'uso che un paio di miliardi di persone fanno di un carattere tipografico abbia probabilmente radici millenarie, e sia sorprendentemente radicato in maniera simile attraverso tutta la famiglia dei linguaggi indoeuropei.

Dopo i celebri discorsi Ciceroniani del corrente presidente Statunitense Barak H. Obama, questa è una ulteriore e benvenuta conferma della continua importanza e forza intellettuale della cultura Latina anche nel mondo contemporaneo.