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Tuesday, 4 October 2011

Tayyippuccio buon padre di famiglia ed il gas russo

Il codice civile italiano fa in diverse istanze riferimento ad una figura, quella del buon padre di famiglia, che è il modello a cui si devono ispirare coloro i quali amministrano i beni o i denari altrui.
Nel caso specifico in questione, per quanto di solito Tayyippuccio non mi faccia tutta questa simpatia a livello personale, non prorogare il contratto con Gazprom per questi 6 miliardi di metri cubi di gas sul gasdotto Occidentale, è esattamente quello che per me avrebbe dovuto fare un buon padre di famiglia.
Prorogare il contratto avrebbe implicato dover chiedere un maggior esborso ai cittadini turchi, un maggior esborso non richiesto da una domanda esistente, ma semplicemente per mantenere un eccesso di capacità a disposizione.
Non prorogando il contratto, il governo turco ha dimezzato l'eccesso di capacità a disposizione, più che dimezzando nel contempo gli aumenti ai consumatori finali.
Poi magari se Gazprom fa a BOTAŞ, o ad altri distributori turchi, lo stesso prezzo che si è riuscita a conquistare Edison, la Turchia questo contratto glielo rinnova pure per altri 5 anni, ma questo non cambia il fatto che in quello specifico contesto aumentare la capacità dei gasdotti provenienti dall'Iran e soprattutto da Azerbaijan e Turkmenistan, è in ogni caso l'altra cosa che un buon padre di famiglia dovrebbe fare comunque.
La ragione è proprio quella che ancora oggi, pur non avendo prorogato quel contratto, la Russia è di gran lunga il maggior fornitore di gas naturale della Turchia, e che mentre la Turchia può fare a meno singolarmente di qualsiasi altro fornitore, perché appunto la Russia potrebbe in qualsiasi momento aumentare la propria capacità di fornitura per coprirne la perdita, dall'altra parte ancora oggi la Turchia non può fare a meno della Russia.
No Russia, no gas, e probabilmente anche no elettricità.
Se non ci fossero altre possibilità, ci si potrebbe anche mettere il cuore in pace, ma la Turchia è circondata di paesi pieni di riserve di gas, per cui sarebbe criminale non dotarsi di capacità di trasporto da tutti i principali fornitori.
L'obiettivo strategico sul lungo periodo è probabilmente quello di trovarsi in una posizione da avere almeno 5 fornitori di pari livello (Russia, Iran, Azerbaijan & Turkmenistan, Iraq ed LPG) capaci ognuno di soddisfare interamente o quasi il fabbisogno attuale (o in 2 quello prevedibile), obiettivo chiaramente condivisibile.

Chi sono i fornitori di gas della Turchia?

Pare che BOTAŞ abbia 8 contratti in essere, 7 operativi, dei quali 2 per LPG (quindi via nave) con Algeria e Nigeria (che in totale coprono circa l'11% della capacità disponibile), e 6 per gasdotti, 3 dei quali con la Russia, uno con l'Iran e l'altro con l'Azerbaijan. Poi c'è l'ottavo contratto, trentennale, con il Turkmenistan, che però non è operativo perché al momento non ci sono gasdotti tra Turkmenistan e Turchia, o meglio, ci sono, ma passano dalla Russia, che chiaramente non ha al momento particolare interesse a trasportare gas turkmeno in Turchia.
Dei 3 contratti con la Russia, 2 insistevano sul gasdotto Occidentale, che è la diramazione balcanica del gasdotto Soyuz, ed è il gasdotto che approvvigiona primariamente Istanbul, ed 1 sul Blue Stream, che approvvigiona primariamente Ankara.
Uno dei 2 contratti, quello da 6 miliardi di metri cubi annui, sul gasdotto Occidentale scadeva nel 2012, ed è questo che non verrà rinnovato (quindi materialmente non è un annullamento!).
Il gasdotto Occidentale rimarrà comunque attivo per via dell'altro contratto, quello da 8 miliardi di metri cubi annui, che scadrà nel 2022, quindi tra Avcilar e Florya, costeggiando la lingua di terra tra il lago Küçükçekmece ed il Mar di Marmara, sentiremo ancora puzza di gas, almeno per qualche anno.
Il contratto rimanente, da ben 16 miliardi di metri cubi annui, è per il gas naturale che viaggia sul Blue Stream (la cui parte sottomarina fu costruita da Saipem, ricordo di aver visto passare dal Bosforo la grù galleggiante Saipem 7000), il quale scadrà a sua volta nel 2023.
Oltre a questi, il governo turco è un gran proponente del gasdotto Nabucco, che invece la Russia pare non volere assolutamente, perché non passa dalla Russia, e servirebbe quindi a trasportare primariamente il gas azero e soprattutto in prospettiva quello turkmeno, non certo il gas russo, in Turchia e nel resto d'Europa.

L'iperdipendenza turca dal gas russo

Fino a non molto tempo fa si continuava ancora a parlare di costruire nuovi gasdotti tra la Turchia e la Russia, ma questi progetti sono stati bloccati. In realtà ha comunque senso bloccare la costruzione di gasdotti, se al momento, ma anche in futuro, non servono alle varie controparti che dovrebbero sostenerne la costruzione.
Nella fattispecie, oggi infatti il problema della Turchia non è certo quello che gli manchino forniture di gas, o capacità di ottenerne più di quanto gliene arrivino, ma è quello di essere iperdipendente da un singolo fornitore, la Russia appunto.
Ulteriori gasdotti dalla Russia non farebbero altro che esacerbare questo problema.
La Turchia deve invece diversificare le fonti di approvvigionamento, e fortuna vuole che se ne trovi due ai confini, Azerbaijan e Iran, e quattro altri relativamente vicini (nel caso del Turkmenistan, anche culturalmente).
Nella fattispecie, la Russia è il primo paese per riserve di gas naturale, ma l'Iran è il secondo, il Qatar il terzo, il Turkmenistan il quarto, l'Arabia il quinto, l'Iraq è l'undicesimo (e sappiamo tutti che in Iraq ce n'è di più di quanto oggi sia provato) e l'Azerbaijan il quindicesimo (ed anche qui, c'è molto da esplorare ancora!).
Per mettere la cosa in prospettiva, in Azerbaijan ci sono riserve di gas naturale provate oltre 36 volte quelle italiane.
Quindi la Turchia, che è uno dei paesi al mondo con meno riserve proprie di gas, è circondato da una marea di potenziali fornitori.
Quello che il governo Turco deve fare, per non farsi potenzialmente strangolare dai Russi (e ripeto, potenzialmente, perché non è che fino ad oggi i Russi si siano comportati tutto fuorché che amichevolmente con i Turchi!), e far pagare i propri elettori il gas a peso d'oro (gas che in buona parte, per via della natura dei contratti, al giorno d'oggi materialmente non consuma nemmeno!), è diversificare le forniture.
Oggi quelle Russe pesano troppo, e di conseguenza costano troppo (anche contrattualmente), quindi bisogna sviluppare capacità sia con l'Iran, con il quale si dovrebbe mirare a raggiungere la parità con la capacità Russa, sia con il Turkmenistan e l'Azerbaijan, attraverso l'ormai celebre Nabucco.
La Russia in tutto questo non è detto che ci perda, anzi, quello che non vendono oggi lo potranno probabilmente vendere domani ad un prezzo anche maggiore, il problema potrebbe diventare quello è che con i Russi non basta parlare, bisogna saperci parlare, ma a farlo fino ad oggi il governo turco non è sembrato particolarmente incapace. Almeno fino ad oggi!

La Turchia ed il gas russo

In un'intervista per Anadolu Ajansı, l'altro jeri il ministro per l'Energia e le Risorse Naturali turco, il Sig. Taner Yıldız, ha annunciato che la Turchia non prorogherà uno dei tre contratti per l'importazione di gas naturale dalla Russia.
La Turchia ha contratti in essere per forniture di gas in sovrabbondanza, quindi pure non estendendo questo contratto, le rimane abbastanza capacità disponibile, perlopiù dalla Russia, per passare in tranquillità l'inverno, ed anche oltre.
Il nocciolo della questione è proprio quello che i contratti con la Russia, che è di gran lunga il maggior fornitore turco, sono praticamente tutti importa o paghi, e già l'anno scorso la Turchia ha materialmente importato poco più della metà del gas che avrebbe potuto importare dalla Russia (e quindi avrà pagato una gran bella penale, se i Russi non le hanno fatto lo sconto).
Se l'annullamento di questo contratto (pari a circa il 20% della fornitura russa verso la Turchia) non dovesse avere ripercussioni sul resto della fornitura, non ci dovrebbero essere problemi particolari dal punto di vista della disponibilità necessaria, anzi, la Turchia rimarrebbe con un bel po' di fornitura di riserva disponibile, dato che praticamente un altro 20% (sul totale del 2011) della fornitura russa totale rimarrebbe non utilizzato. 
I prezzi del gas naturale in Turchia vengono riportati attualmente in aumento di oltre il 14%, che però a ben vedere alla fine non è male, se non avessero infatti annullato quel contratto, probabilmente non sarebbe bastato un aumento del 14%, ce ne sarebbe stato bisogno di uno del 30% almeno, e per via della natura importa o paghi, sarebbe stato utilizzato semplicemente per garantirsi capacità, cosa che in questo momento non sembra particolarmente necessaria.
Per quanto riguarda la capacità iraniana al momento dovrebbe essere pari a meno del 25% della capacità russa, per cui ad oggi è impossibile annullare tutti i contratti con la Russia per spostarli con l'Iran. La Turchia ha chiaramente un problema di iperdipendenza verso la Russia, per cui la scelta logica, dovendo annullare qualche contratto di fornitura, era proprio quello di annullare il contratto russo, i Russi probabilmente lo capiranno e faranno buon viso a cattivo gioco, sperando di poter rivendere lo stesso gas più in là, fra qualche anno, magari ad un prezzo anche maggiore.

Sunday, 8 August 2010

La Russia brucia, pane e pasta alle stelle?

La Russia brucia.

Questa estate è stata la più calda registrata in Russia da quando sono iniziate le registrazioni delle temperature, a Luglio la temperatura massima media è stata di 31C, in alcune zone sono stati infranti record su record, ed il fenomeno sta continuando in questo primo scorcio di Agosto.

Soltanto il primo fine settimana di Luglio, quando le massime hanno iniziato ad oltrepassare i 40C in buona parte del paese, sono morte circa 300 persone perché affogate mentre cercavano di rinfrescarsi nei corsi d’acqua. Soltanto a Mosca nel mese di Luglio, quando si sono registrate minime notturne oltre i 35C, sono morte quasi 5000 persone in più che in media. La cifra totale delle morti direttamente correlabili all’ondata di caldo che ha colpito la Russia finirà probabilmente per essere stimata almeno nelle decine di migliaia di vittime, se non proprio con cifre a sei figure.

L’ondata di caldo, completamente anomala, ben oltre 7C oltre le medie stagionali, è stata accompagnata dalla peggiore siccità che abbia colpito la Russia in secoli, una combinazione letale che ha innescato migliaia di incendi che hanno già distrutto milioni di ettari di foreste e soprattutto 9 preziosissimi milioni di ettari di terreno agricolo.

Le previsioni per il raccolto di grano sono precipitate, delle 85 milioni di tonnellate previste al momento si spera di riuscire a raccoglierne almeno 70 milioni di tonnellate. Per far fronte alla perdita di oltre il 20% del raccolto, il governo Russo ha proibito le esportazioni di grano almeno fino a Dicembre. Il crollo delle previsioni sulla produzione di grano in Russia, che è uno dei principali esportatori, specialmente nell’area del Mediterraneo, e soprattutto il divieto di esportazione, hanno fatto letteralmente schizzare verso l’alto i prezzi del grano sui mercati mondiali.

Dall’inizio della calda estate russa ad oggi il prezzo medio mondiale del grano è praticamente raddoppiato, il che, come già accaduto un paio di anni fa, potrebbe tradursi in un nuovo incremento del prezzo al consumatore di pane, pasta e tutti i prodotti affini. Un paio di anni fa l’impennata dei prezzi fu in gran parte determinata dall’aumento dei prezzi del petrolio, perché oltre un certo livello di prezzi diventava più conveniente economicamente utilizzare i raccolti di cereali ed affini per produrre carburante biologico. In buona sostanza per far muovere le auto nei paesi più ricchi si alzava il costo dei beni alimentari di prima necessità nei paesi più poveri. Questa volta, se i prezzi del petrolio si dovessero mantenere stabili, si dovrebbe riuscire ad evitare una tale perversa dinamica, ma una qualsiasi impennata del petrolio in concomitanza alla difficile situazione determinata dalle perdite dovute alla siccità in Russia avrebbe conseguenze devastanti per le classi sociali più povere in molti paesi.