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Thursday, 2 July 2015

Referendum del 5 Luglio 2015

Sei d'accordo che debba essere accettata la bozza di accordo presentata dalla Commissione europea, la Banca centrale europea ed il Fondo Monetario Internazionale nel corso della riunione dell'Eurogruppo del 25 Giugno 2015, e che si compone di due documenti che costituiscono la loro unica proposta?
Il primo documento è intitolato "Le riforme per il completamento del programma in corso e di quelli successivi" ed il secondo "Analisi Preliminare della Sostenibilità del Debito".
I cittadini del paese che respingono la proposta delle tre istituzioni votino:
Non approvato / NO. 
I cittadini del paese che accettano la proposta delle tre istituzioni votino:
Approvato / SÌ

Wednesday, 21 December 2011

Alcuni commenti sulla proposta di secessione della Sicilia dall'Unione Europea

Ringrazio innanzitutto Massimo Costa, Antonella Sferrazza e BlogSicilia per aver sollevato la questione dei rapporti tra Sicilia ed Unione Europea. Anche se la mia posizione in merito appare abbastanza distante, credo che faccia bene discutere di questi argomenti.
Quanto segue è un collage dei miei primi commenti in merito allo proposta, alcuni dei quali rivolti a Massimo Costa ed alla sua proposta, altri rivolti ad altri commentatori della proposta.
Unione Europea
Argentina
Euro
Trattato di Lisbona
Hellada

Individuare nell’Unione Europea un problema per la Sicilia, è quanto meno problematico. Il budget dell’Unione Europea è l’1% del PIL dei suoi paesi membri. In termini assoluti, è una cifra intorno ai 120 miliardi di Euro, circa il doppio del PIL Siciliano. Sì, avete letto bene, la UE è equivalente in termini economici ad un paio di Sicilie. Non credo sia possibile pensare veramente che i problemi della Sicilia e dei Siciliani derivino in alcun modo dalla UE.
Dato che il budget della UE è sempre stato così piccolo, non è mai stato veramente possibile pensare di poter risolvere i problemi infrastrutturali della Sicilia con fondi Europei. I fondi Europei sono sempre stati pensati come un incentivo, ma la gran parte del lavoro infrastrutturale, in Spagna come in Irlanda, in Slovenia come in Polonia, è stato pagato e viene pagato con fondi propri. Quello che è sempre mancato in Sicilia, è la volontà della Repubblica Italiana di metter alcunché.
Per dare soltanto un esempio, la A20 da Buonfornello a Messina è costata 4 milioni di Euro al chilometro. Ci sono 282 viadotti e 155 gallerie in 183 km, ci hanno messo 36 anni a costruirla. Si può paragonare alla Roma-Latina, attualmente in costruzione a 30 milioni di Euro al chilometro, o alla Pedemontana lombarda che il Sig. Formigoni ci informa costare 50 milioni di Euro al chilometro, e c’è chi dice che potrebbe arrivare a 74 milioni di Euro al chilometro.
I soldi per le infrastrutture Siciliane finiscono lì, in Padania, in Veneto, nel Lazio, e tutti si possono incolpare, ad iniziare dai politici siciliani complici di tali scelte, ma certo non l’Unione Europea.
Come tutti dovremmo sapere, se ci fosse stata vera volontà di aiutare a sviluppare le zone meno sviluppate del paese, non ci sarebbe bisogno di cose come la Cassa del Mezzogiorno, sarebbe bastato il buon senso e gli interventi ordinari.
A chi, pur confermando che "il problema dell’Europa non è il suo ruolo finanziario diretto, che è trascurabile" obietta che "l’Europa il lavoro sporco non lo fa direttamente, lo fa fare agli stati.", che "dentro, non c’è nessuna autonomia possibile per la Sicilia" , che "il problema dell’Europa sono le sue leggi, troppo piegate alle multinazionali ed ai banchieri" e che quindi "è meglio starne piuttosto lontani" posso rispondere che ovviamente non so come abbia maturato queste opinioni, che io ho maturato opinioni molto diverse, e che chiaramente almeno su quei punti siamo abbastanza distanti. Innanzitutto, cosa dobbiamo intendere con “Europa”? L’Unione Europea, la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, il Consiglio Europeo, la Banca Centrale Europea o qualche altra istituzione?Tranne il Consiglio Europeo, che sono gli Stati stessi, non vedo nessuno che possa far fare un qualsiasi tipo di lavoro agli Stati, se questi non vogliono farlo.
Io personalmente non sono convinto per nulla che la perdita anche solo parziale per i Siciliani del diritto di libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali che potrebbe derivare dall’uscita della Sicilia dall’Unione Europeapossa essere in qualche modo bilanciato da qualche altro vantaggio.
Non capisco nemmeno perché si dovrebbe revocare l’unione doganale, e quale sarebbe la differenza con una zona franca di libero scambio. Capisco che quella di Massimo Costa è soltanto un’intervista, ma questi, ed altri, mi sembrano punti abbastanza cruciali.
A chi inneggia all'Argentina, ed onestamente ci vuole coraggio, dovrebbe bastare rispondere che soltanto nel 2010, l’Argentina è riuscita a ritornare ai livelli del 1998, e non è che stia facendo chissà quale crescita miracolosa, anzi.
Prima di prendere l'Argentina come esempio in temi socio-economici, ricordiamocelo sempre, e scolpiamocelo nella mente, che soltanto nel 2010, dopo 12 anni, sono riusciti a ritornare dov’erano prima.
Sono una dozzina di anni persi, ed ad occhio e croce (ma il calcolo si potrebbe fare anche abbastanza preciso), volendo quantificare cosa è costato agli argentini, rispetto all’ipotesi di stasi del PIL (guarda caso il caso della Repubblica Italiana tra il 2000 ed il 2011), sono 30 mila dollari americani correnti a testa persi, cioé una famiglia argentina con padre, madre e due figli ha mediamente perso 120 mila dollari in 10 anni.
Se poi uno considera che questo recupero è stato quasi tutto dovuto alla crescita delle materie prime (che nella Repubblica Italiana non ci sono, e che anche in Sicilia sono pochissime rispetto alla popolazione residente!), risulta chiarissimo che oggi l’economia argentina è in una posizione peggiore rispetto a quella del 1998 dato che si sarà molta più correlazione con l'esportazione delle materie prime, che implica un minore livello di sviluppo e maggiore fragilità dell'economia.
Sulla situazione Argentina, il mio non è scetticismo, è consapevolezza che deriva da una conoscenza dei fatti. L’Argentina non ha trovato nessuna soluzione ai suoi problemi, e gli Argentini sono a mio modestissimo parere completamente fuori di testa a votare per gente come la Sig.ra Kirchner, che non ha ottenuto alcun risultato, e non ritengo che ne potrà mai ottenere (con la mentalità di multare o peggio chi pubblica statistiche sgradite al governonon si va da nessuna parte). Tanti cittadini argentini purtroppo non si rendono conto che non esistono pranzi gratuiti, ma prima o poi il conto arriva sempre, e sono mazzate.
In una celeberrima ed indimenticabile intervista l’allora presidente in carica dell’Uruguay, il Sig. Jorge Battle (libero scambista, gran potatore di spesa pubblica, antiprotezionista e gran nemico delle sovvenzioni pubbliche, figlio di madre argentina e di padre a sua volta presidente uruguagio), così sintetizzò le ragioni del problema argentino:
“Los argentinos son todos una manga de ladrones del primero al ultimo”.
“Gli argentini sono tutti una manica di ladroni dal primo all’ultimo” (da puntualizzare che si riferiva ai politici argentini, e forse anche a chi li eleggeva, non a tutti i cittadini!).
Gli argentini hanno avuto tutto quanto sia possibile immaginare a disposizione per prosperare, ed immancabilmente mandano tutto in malora, da sempre.
Il 2001 non è che un episodio, e nemmeno l’ultimo, di una storia quasi plurisecolare ormai di disastri economici e sociali che gli argentini riescono ad organizzarsi anche nelle condizioni più impensabili.
Se quello argentino è il modello a cui si ispirano tanti cittadini italiani o a cui vorrebbero aspirare i Siciliani, c’è veramente poco da stare allegri.
Per chi voglia approfondire veramente sull’Argentina, il sito Foco Economico contiene una miniera di informazioni di prima mano. Gli autori sono professori universitari argentini di economia, perlopiù alla Universidad Torcuato Di Tella, una ottima università intitolata da uno dei ministri degli esteri argentini (della stessa parrocchia politica dei Kirchner) al padre, un molisano di Capracotta che aveva creato un gruppo industriale in Argentina (la SIAM).
Per quanto riguarda la correlazione tra disoccupazione giovanile e l'Euro, no, non è colpa dell’Euro.
È colpa della classe dirigente politica ed imprenditoriale siciliana ed italiana, e di chi li ha eletti e continua ad eleggerli. L’Euro non c’entra nulla, è semplicemente un obiettivo semplice da indicare, tant’è vero che argomenti simili vengono usati dai Leghisti con il loro elettorato. Si può discutere dei vantaggi o svantaggi dell’Euro, e ce ne sono, ma non c’è diretta correlazione con la disoccupazione giovanile (cosa che si può dimostrare facilmente notando che la disoccupazione giovanili in paesi dell'area Euro come la Germania è sotto al 10%, e che ai tempi della Lira, la disoccupazione giovanile in Sicilia era ben più alta).
In generale le valute di paesi piccoli sono esposte ai mercati in maniera spaventosa, anche quelle di paesi ricchissimi di risorse come la Norvegia o governati benissimo come la Svizzera, la cui banca centrale ha passato quest’anno fino ai primi di Settembre in trincea per cercare inutilmente di difendere quota 1.20, e non essendoci riuscita il 7 Settembre ha dovuto utilizzare l’opzione finale di dare mano alla stampatrice digitale, con tutti gli enormi rischi che ne conseguono.
Il problema dell’Euro è una febbriciattola hellenica curata malissimo da dottori incapaci ed inadeguati. La soluzione non è ammazzare l’ammalato(distruggere l’Euro), ma mandare via a calci questi dottori incapaci ed inadeguati, e farsi curare da gente più capace.
Passando al Trattato di Lisbona, non capisco cos’è che non piace esattamente del Trattato di Lisbona. Comprendo ovviamente il discorso sul percorso non assolutamente democratico che ne ha approvato all’approvazione, ma oggi che è ormai approvato, in concreto, cos’è che penalizzerebbe la Sicilia, e nei confronti di chi? Quali sono gli svantaggi che ne deriverebbero i Siciliani?
Per chi risponde che lo svantaggio sta in una perdita di sovranità, in concreto, non mi pare una spiegazione. Che cosa implica questa perdita di sovranità? Quali sono gli svantaggi che ne derivano?
Il Trattato di Lisbona non implica alcuna dittatura. Chiaramente, ci sono tantissimi svantaggi in una dittatura. Qui però non siamo di fronte ad una dittatura. Io ho votato per eleggere i miei rappresentanti a tutti i livelli, e li vedo ancora lì nei loro scranni. Ed ad ogni modo, se la maggior parte dei cittadini elettori elegge rappresentanti inetti, non si può certo pretendere chissà che! Ad ogni modo, l’obiezione fondamentale alla proposta di Massimo Costa rimane la stessa: i Siciliani ottengono tantissimi vantaggi, sia reali che potenziali, dai diritti di libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali garantiti dall’Unione Europea. Io personalmente ci campo da una vita, e questi stessi diritti sono disponibili e garantiti a tutti i Siciliani, nessuno escluso. Vogliamo rinunciare a questi diritti? Li vogliamo perdere? In cambio di cosa?
In generale, c’è un esempio di un paese a noi vicino che è uscito dall’Unione Europea (anche se all’epoca non si chiamava ancora così): l’Algeria nel 1962.
Qualcuno qui è mai stato in Algeria? Ci vorreste andare a vivere?
Eppure, l’Algeria ha molte più risorse naturali della Sicilia, o di qualsiasi stato membro dell’Unione Europea.
E però i cittadini Algerini non hanno, e sognano, i diritti che hanno i Siciliani.
Per quanto riguarda infine i nostri vicini Helleni, purtroppo si sono meritati tutto quello che gli sta capitando. Per decenni hanno eletto politici inetti, quando non corrotti, che hanno mentito al resto del mondo sul reale andamento della loro economia e dei loro conti pubblici. Non ci sono pranzi gratuiti. Se anche avessero avuto la Dracma invece che l’Euro, non sarebbe cambiato nulla, anzi, avrebbero preso bastonate anche più grosse. La Helliniki Demokratia ha avuto una grande occasione con l’Euro, quella di tagliare enormemente il costo degli interessi sul debito, e quindi di ripagarlo più facilmente. Invece di approfittarne virtuosamente, i politici hellenici ne hanno approfittato per ottenere ancora più privilegi per loro stessi ed i loro amici e famigli, distribuendo prebende a destra e a manca, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sì, sarà possibile che un 1% di colpa ce l’abbiano anche quei bei figuri tipo la Sig.ra Merkel o il Sig. Sarkozy (e taciamo di altri momentaneamente assenti dalla scena principale), che pare anche a me che in questo caso, come in altri, siano stati dannosi, ma solo perché gli Helleni li hanno messi in condizione di esserlo.
Quello che possiamo dire sui politici e sugli elettori hellenici, possiamo generalmetne dirlo di quelli italiani e siciliani, certamente con svariate eccezioni, solo che, per quanto a noi possa sembrare incredibile, dai risultati fino ad oggi i politici hellenici pare abbiano fatto peggio.
Sullo stato corrente degli Helleni, io sono personalmente filelleno, ho visitato con piacere più volte l’Epiro, la Tessaglia, la Macedonia, la Tracia, ma dobbiamo dire le cose come stanno. A me tra un ricco che si impoverisce per colpa sua, ed un povero che non ha occasioni, fa più simpatia il secondo.
Finisco con una correzione: in uno dei commenti avevo risposto (a Giuseppina Marrone) facendole notare che il PIL pro capite hellenico fosse "poco meno del doppio di quello siciliano". Sono andato a controllare, e mi devo scusare, avevo fatto male i conti, il PIL pro capite hellenico è sì maggiore di quello siciliano, ma non è certo doppio. Lo è però in alcune regioni, tra cui quella di Atene (non solo in Attica, ma in tutta la Grecia centrale) e delle isole Egee meridionali (i.e. Rodi, Mykonos, Thera, ...), e prima della crisi lo era anche a Creta.

Monday, 11 January 2010

Siciliani in viaggio: un giorno in frontiera tra Grecia e Turchia

Uno giorno d’agosto di qualche anno fa, più per caso e per curiosità personale che per necessità, sono stato testimone ed in un certo qual modo, protagonista di una peculiare vicenda burocratica, di cui racconterò ampiamente nei paragrafi a venire; prima di continuare, però, caveat, invito sin da subito e con veemenza tutti coloro ai quali venisse in testa di provare ad emulare quanto verrà raccontato a desistere: non provateci nemmeno!

Mi ero recato alla frontiera tra la Turchia e la Grecia per accompagnare in Hellade mio fratello e mia sorella, Siciliani anch’essi ovviamente, ed il di lei futuro marito, Reggino (almeno Siculofono quindi!), con i quali tra fine luglio ed inizio agosto avevamo fatto un viaggio da Reggio Calabria (in realtà io ero partito qualche ora prima da Erice) ad Antiochia, con fermate più o meno lunghe ad Istanbul, Göreme (in Cappadocia) ed Arsuz (l’Issos di Macedonica memoria).

L’auto (una Kia Sportage 2000cc cabrio benzina rossa, unica nota negativa i 9 km ad Euro di media lungo i 5,500 km per i quali ho fatto parte dell’equipaggio) era stata registrata nel mio passaporto, ragion per cui dovevo farmi timbrare l’uscita dalla Turchia, ma non volevo arrivare alla frontiera Hellenica, per ragioni che saranno chiare successivamente. Ingenuamente ho fatto partecipe di questo mio desiderio l’incaricato alla frontiera turca, che mi ha esplicitamente intimato di arrivare alla frontiera Greca perché nessuno degli altri tre passeggeri aveva una delega a condurre.

Se non gli avessi detto nulla, avrei potuto tranquillamente scendere dalla macchina in terra di nessuno, salutare tutti e tornarmene indietro, anche perché ai Greci (e questo anche per via di esperienze precedenti), sembra che di deleghe a condurre di un mezzo con targa UE non gliene importi proprio nulla. Una volta costretto, ho guidato fino alla frontiera Greca, ho lasciato l’auto ai miei compagni di viaggio, e me ne sono tornato a piedi (attraversando la frontiera a piedi, gli Helleni non mi hanno nemmeno fermato per controllare i documenti, come prima con l’auto, quando ci avevano soltanto chiesto se avevamo a bordo sigarette o alcool).

Sapevo però di avere un appuntamento con il destino, che nel mio caso si chiamava Yoryos (Giorgio). Questo bel ragazzo di Thessaloniki di nemmeno vent’anni, alto, magro, biondo e con gli occhi azzurri, che avrebbe tranquillamente potuto ottenere la parte di protagonista di qualche film su di Alessandro il Grande, era di guardia sul penultimo posto di guardia Greco prima del ponte sull’Evros. Sapevo che i suoi ordini erano quelli di impedirmi il passaggio del ponte, che per chissà quale astruso motivo non può essere attraversato a piedi, ma fingendo innocenza ed ignoranza mi sono avventurato fino alla sua cabina, sperando chiudesse un occhio o che mi lasciasse inavvertitamente passare.

Il povero Yoryos, provato dalla completa solitudine del suo compito, non vedeva invece l’ora di beccare un povero cristo con cui imbastire un po’ di conversazione per rompere la monotonia dei turni di guardia. Siamo stati tre quarti d’ora a conversare del più e del meno, perlopiù nel suo stentato ma non sottovalutabile inglese, e devo dire che alla fine mi stava pure simpatico, ed avrei trovato la cosa pure piacevole se non fossimo stati sotto un torrido sole ad un centinaio di metri da un’irraggiungibile meta.

Yoryos è un soldato di leva, sottoposto ad una corvée non proprio attraente: turni di guardia solitaria di 3 ore, intervallati da turni di 6 ore di esercitazione o lavoro in caserma, con 6 ore di sonno ogni 18 ore di servizio. Fortunatamente dopo una mezz’ora passata a parlare del più o del meno si è offerto di aiutarmi a trovare un passaggio, e si è messo a fermare i rari automezzi che passavano. Ce ne fosse stato uno con un posto disponibile! Alla fine ha beccato l’asso di briscola in un gentile camionista Turco alla guida di un enorme TIR della Omsan (uno dei giganti della logistica Turca), grazie al quale sono riuscito finalmente ad attraversare il maledettissimo ponte.

Conversando con Yoryos sul ciglio della strada, mi sono accorto che una delle auto che avevano attraversato il ponte dirette alla frontiera Turca, occupata da tre ragazzi sulla ventina o poco meno, mostrava una bella targa italiana, così quando, ormai all’interno della nuovissima stazione di frontiera Turca (la vecchia è stata in pratica spianata), li ho visti in fila mi sono avvicinato per vedere se riuscivo a trovarmi un passaggio per Istanbul.

La mia speranza è sfumata quando ho visto che l’auto era stracarica, per cui una volta che c’ero ne ho approfittato per scambiare due chiacchere in Italiano: i tipi erano Milanesi. Stavo per andarmene per la mia strada, quando ho visto sul cruscotto tre carte d’identità, e mi è suonata una campanella in testa. Ora avrei potuto andarmene tranquillamente per la mia strada, e magari mettermi a cercare un altro passaggio, ma da buon Siciliano ho voluto compiere la mia buona azione quotidiana, ed ho chiesto al ragazzo alla guida se aveva portato con se il passaporto.

Due dei tre mi hanno risposto all’unisono che la guida Lonely Planet affermava che per entrare in Turchia non ci fosse necessità del passaporto, ma che bastasse la sola carta d’identità, al che gli ho dovuto raccontare la triste verità, e che cioé senza passaporto non potevano importare temporaneamente l’auto; ho consigliato loro inoltre di parcheggiare l’auto, dacché prima di entrare avrebbero dovuto andare ad acquistare i necessari visti!

Dopo essere andato a farmi timbrare il passaporto per rientrare in Turchia, ed essermi sorbito l’occhiataccia del poliziotto per il fatto che stavo rientrando il giorno stesso la mia uscita dal paese, mi sono accorto che i tre ragazzi milanesi erano piuttosto spaesati, ragion per cui mi sono offerto di guidarli nei meandri della burocrazia turca.

Altro che buon Samaritano, quello sulla strada da Gerusalemme a Gerico, anche lui Siculo in viaggio doveva essere!

Siamo entrati nell’ufficio doganale, dove ho attratto l’attenzione di un impiegato, al quale ho spiegato nel mio Turco stentato la situazione; il tipo ci ha riflettuto sopra, ed alla fine, incredibilmente, si è offerto di fare entrare l’auto con la sola carta d’identità del proprietario.

Ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre era proprietario dell’auto, e che non si erano portati dietro uno straccio di delega a condurre? A questo punto mi sono messo d’impegno ed ho spiegato la cosa al tipo (o almeno credo di esserci riuscito), il quale mi ha offerto un’altra scappatoia: se gli facevamo avere un fax con la delega a condurre e la carta d’identità del proprietario, ci avrebbe messo una buona parola lui con il direttore per far entrare l’auto in spregio a tutta la normativa vigente.

Ripensandoci, chissà se questo funzionario non avesse antenati Siculi anche lui!

A questo punto però ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre conosceva il proprietario dell’auto? L’auto era intestata ad una signora che a quanto pare era l’ex datrice di lavoro del padre di uno dei ragazzi, padre a cui l’auto era stata venduta da pochissimo tempo, tanto che la cosa non risultava ovviamente nel libretto. Anche il padre, poi, volendo, dare un’auto appena comprata e materialmente senza documenti al figlio per andare a fare un viaggio di migliaia di chilometri attraverso almeno tre distinti paesi …

Miracolosamente tra i vari documenti i ragazzi hanno trovato una registrazione al PRA al nome del summenzionato padre, il quale dopo circa due ore (nel frattempo abbiamo pranzato in un ristorantino nel duty-free annesso alla stazione di frontiera) è riuscito ad inviare un fax con una delega a condurre in Inglese (ci credereste che una sua collega l’aveva sottomano perché una sua figlia aveva fatto la stessa intelligentissima cosa tempo addietro? Tutte cime i genitori Padani? O semplice disabitudine all’oppressione burocratica?) e la sua carta d’identità, dopodiché sono riuscito a far passare il documento del PRA come parte integrante del libretto di circolazione (una bianca bugia diremmo in Inglese), ed alla fine il funzionario si è convinto ad alzare un telefono rosso fuoco ed a farci rilasciare tutte le necessarie autorizzazioni.

Quasi tutte … ai ragazzi mancava ancora il visto!!!

Credevo di averle viste tutte, ma questa ancora mi mancava: quando si entra in Turchia con la carta d’identità, i Turchi appendono il visto sopra un foglietto di carta bianco, sul quale vengono stampati i timbri di entrata ed uscita. A quanto pare al funzionario delegato alla vendita dei visti erano finiti i fogli bianchi (o gli era andato il pranzo di traverso, o proprio gli stavamo antipatici, chi lo sa?), ed ha appeso i visti sulle carte d’identità. Cose mai viste! Basito, ho accompagnato i tre ragazzi dal poliziotto dell’occhiataccia, avvertendoli della stranezza, ed infatti il tipo di fronte a quelle tre carte d’identità con visto prima ha sacramentato in Turco, poi intravedendomi alle loro spalle mi ha rinnovato l’occhiataccia, è uscito fuori dal suo chiosco ed ha preteso il mio passaporto.

Ho messo su una faccia angelica mentre lui controllava se per caso non fossi ricercato per un qualsivoglia reato, non trovando nulla su cui appigliarsi mi ha restituito il passaporto, ma non ha ovviamente bollato le carte d’identità dei tre ragazzi, ordinando a me di portarli dal suo superiore nel chiosco accanto, che però era vuoto. A questo punto siamo tornati nuovamente dal funzionario ai visti, con il quale ci siamo semplicemente presi a maleparole (colpa anche mia, non ricordo mai il termine turco per “foglio di carta bianco“, e lui non aveva idea di cosa fosse un paper), ed alla fine ci siamo imbattuti nel superiore del poliziotto dell’occhiataccia.

Il tipo, probabilmente settuagenario, ha sacramentato a sua volta per l’assurdità dei tre visti appiccicati sulle carte d’identità, ma fortunatamente ha tirato fuori tre foglietti bianchi su cui ha trasferito i tre visti (slinguandoli), che ha poi provveduto a bollare. A questo punto abbiamo acquistato il visto per l’auto, e fortunatamente il responsabile stava ancora aspettando l’italiano con la carta d’identità (AKA il Milanese con il papà un po sbadato), e finalmente siamo riusciti ad uscire da quella trappola.

I tre Milanesi avevano oramai fatto un punto d’onore del dovermi accompagnare ad Istanbul, per cui ci siamo divisi il carico in una maniera differente (ho viaggiato abbracciato ad materassino argentato), ma alla fine ad Istanbul a casa della mia amorevolissima e preoccupatissima futura moglie gli ho potuto offrire un bel (?!) caffé espresso fatto con una macchina a pistone che avevamo prestato due anni addietro a degli amici Turchi e che ci era stata restituita giusto qualche giorno prima, ma questa è un’altra storia…

P.S.: mi ripeto, non provate ad importare temporaneamente in Turchia un mezzo senza passaporto e delega a condurre, la storia appena raccontata rimane nell’ambito delle esperienze eccezionali, qualunque poliziotto turco, con la cena di traverso o anche soltanto rompicoglioni, e a conoscenza delle convenzioni internazionali avrebbe potuto trovare mille pretesti per sequestrare o confiscare anche soltanto temporaneamente l’auto una volta in Turchia.

Chi entra in Turchia con un’automobile (o una moto) deve portarsi appresso il passaporto per segnare l’importazione temporanea del mezzo, ed il mezzo deve essere di sua proprietà o deve possedere una delega a condurre lo stesso firmata dal proprietario ed autenticata ufficialmente (da un notaio o da un pubblico ufficiale, io mi rivolgo solitamente alla delegazione municipale più vicina).

Fortunatamente la conoscenza dei trattati internazionali non è proprio il forte dei poliziotti turchi (probabilmente nemmeno di quelli di tutte le genti del bel paese là dove ‘l sì suona), i quali un centinaio di chilometri prima di Istanbul ci hanno fermato e ci hanno fatto una multa di 41 milioni di lire Turche (20 Euro!). Perché, vi chiederete voi? Presto detto, il ragazzo alla guida aveva acceso le luci, la cosa aveva attratto inevitabilmente l’attenzione di una coppia di poliziotti (perché mai tiene le luci accese di giorno si saranno chiesti), ed uno dei due si è accorto che una delle luci anabbaglianti era rotta, il resto è storia …

P.P.S.: caveat finale, non sono un avvocato, sopra ho raccontato di un’esperienza accaduta qualche anno addietro, non è assolutamente detto che nel frattempo le leggi non siano già cambiate due o tre volte, o che anche all’epoca venissero interpretate erroneamente da alcuni o da tutti gli attori, per cui informatevi sempre personalmente, prima di partire per un viaggio in auto o in moto all’estero, sullo stato dell’arte legislativo e su quali siano le normative valide per il momento.

A ben pensarci è incredibile come i cittadini elettori permettano che i vari Stati facciano a gare nell’introdurre sempre nuove leggi, circolari, regolamenti, scartoffie, ma d’altronde et corruptissima re pubblica plurimae leges.

[Pubblicato su BlogSicilia]

Saturday, 28 August 2004

Un giorno alla frontiera Greco-Turca, tra Alexandropolis ed Ipsala

(originally published the 28th August 2004)

Uno dei primi giorni di Agosto, più per caso e per curiosità personale che per necessità, sono stato testimone ed in un certo qual modo protagonista di una peculiare procedura burocratica, di cui racconterò ampiamente nei paragrafi a venire; prima di continuare, però, invito caldamente a desistere tutti coloro ai quali venisse in testa di voler emulare quanto verrà raccontato: chi entra in Turchia con un'automobile (o una moto) deve portarsi appresso il passaporto per segnare l'importazione temporanea del mezzo, ed il mezzo deve essere di sua proprietà, o deve possedere una delega a condurre lo stesso firmata dal proprietario ed autenticata ufficialmente (da un notaio o da un pubblico ufficiale, io mi rivolgo solitamente alla delegazione municipale più vicina).
Mi ero recato alla frontiera per accompagnare in Grecia mio fratello, mia sorella ed un amico con i quali tra fine Luglio ed inizio Agosto ho fatto un viaggio da Reggio di Calabria (in realtà io sono partito qualche ora prima da Erice) ad Antiochia, con fermate più o meno lunghe ad Istanbul, Göreme (in Cappadocia) ed Arsuz (l'Issos di Macedonica memoria). L'auto (una Kia Sportage 2000cc cabrio benzina, unica nota negativa i 9 km ad Euro di media lungo i 5500km per i quali ho fatto parte dell'equipaggio) era stata registrata nel mio passaporto, ragion per cui dovevo farmi timbrare l'uscita dalla Turchia, ma non volevo arrivare alla frontiera Greca, per ragioni che saranno chiare successivamente. Ingenuamente ho fatto partecipe di questo mio desiderio l'incaricato alla frontiera Turca, che mi ha esplicitamente intimato di arrivare alla frontiera Greca perché nessuno degli altri tre passeggeri aveva una delega a condurre. Se non gli avessi detto nulla, avrei potuto tranquillamente scendere dalla macchina in terra di nessuno, salutare tutti e tornarmene indietro, anche perché ai Greci (e questo anche per via di esperienze precedenti), sembra che di deleghe a condurre di un mezzo con targa UE non gliene importi proprio nulla. Una volta costretto, ho guidato fino alla frontiera Greca, ho lasciato l'auto ai miei compagni di viaggio, e me ne sono tornato a piedi (attraversando la frontiera a piedi, i Greci non mi hanno nemmeno fermato per controllare i documenti, come prima con l'auto, quando ci avevano soltanto chiesto se avevamo a bordo sigarette o alcool).
Sapevo però di avere un appuntamento con il destino, che nel mio caso si chiamava Yoryos (Giorgio). Questo bel ragazzo di Thessaloniki di nemmeno vent'anni, alto, magro, biondo e con gli occhi azzurri, che avrebbe tranquillamente potuto ottenere la parte di protagonista di qualche film su di Alessandro il Grande, era di guardia sul penultimo posto di guardia Greco prima del ponte sull'Evros. Sapevo che i suoi ordini erano quelli di impedirmi il passaggio del ponte, che per chissà quale astruso motivo non può essere attraversato a piedi, ma fingendo innocenza ed ignoranza mi sono avventurato fino alla sua cabina, sperando chiudesse un occhio o che mi lasciasse inavvertitamente passare. Il povero Yoryos, provato dalla completa solitudine del suo compito, non vedeva invece l'ora di beccare un povero Cristo con cui imbastire un po' di conversazione per rompere la monotonia dei turni di guardia. Siamo stati tre quarti d'ora a conversare del più e del meno, perlopiù nel suo stentato ma non sottovalutabile Inglese, e devo dire che alla fine mi stava pure simpatico, ed avrei trovato la cosa pure piacevole se non fossimo stati sotto un torrido sole ad un centinaio di metri da un'irraggiungibile meta. Yoryos è un soldato di leva, sottoposto ad una corvée non proprio attraente: turni di guardia solitaria di 3 ore, intervallati da turni di 6 ore di esercitazione o lavoro in caserma, con 6 ore di sonno ogni 18 ore di servizio. Fortunatamente dopo una mezz'ora passata a parlare del più o del meno si è offerto di aiutarmi a trovare un passaggio, e si è messo a fermare i rari automezzi che passavano. Ce ne fosse stato uno con un posto disponibile! Alla fine ha beccato l'asso di briscola in un gentile camionista Turco alla guida di un enorme TIR della Omsan (uno dei giganti della logistica Turca), grazie al quale sono riuscito finalmente ad attraversare il maledettissimo ponte.
Conversando con Yoryos sul ciglio della strada, mi sono accorto che una delle auto che avevano attraversato il ponte dirette alla frontiera Turca, occupata da tre ragazzi sulla ventina o poco meno, mostrava una bella targa Italiana, così quando, ormai all'interno della nuovissima stazione di frontiera Turca (la vecchia è stata in pratica spianata), li ho visti in fila mi sono avvicinato per vedere se riuscivo a trovarmi un passaggio per Istanbul. La mia speranza è sfumata quando ho visto che l'auto era stracarica, per cui una volta che c'ero ne ho approfittato per scambiare due chiacchere in Italiano; stavo per andarmene per la mia strada, quando ho visto sul cruscotto tre carte d'identità, e mi è suonata una campanella in testa. Ora avrei potuto andarmene tranquillamente per la mia strada, e magari mettermi a cercare un altro passaggio, ma ho voluto compiere la mia buona azione quotidiana, ed ho chiesto al ragazzo alla guida se aveva portato con se il passaporto. Due dei tre mi hanno risposto all'unisono che la guida Lonely Planet affermava che per entrare in Turchia non ci fosse necessità del passaporto, ma che bastasse la sola carta d'identità, al che gli ho dovuto raccontare la triste verità, e che cioé senza passaporto non potevano importare temporaneamente l'auto; gli ho consigliato inoltre di parcheggiare l'auto, dacché prima di entrare avrebbero dovuto andare ad acquistare i necessari visti. Dopo essere andato a farmi timbrare il passaporto per rientrare in Turchia, ed essermi sorbito l'occhiataccia del poliziotto per il fatto che stavo rientrando il giorno stesso la mia uscita dal paese, mi sono accorto che i tre ragazzi erano piuttosto spaesati, ragion per cui mi sono offerto di guidarli nei meandri della burocrazia Turca. Siamo entrati nell'ufficio doganale, dove ho attratto l'attenzione di un impiegato, al quale ho spiegato nel mio Turco stentato la situazione; il tipo ci ha riflettuto sopra, e si è offerto di fare entrare l'auto con la sola carta d'identità del proprietario. Ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre era proprietario dell'auto, e che non si erano portati dietro uno straccio di delega a condurre? A questo punto mi sono messo d'impegno ed ho spiegato la cosa al tipo (o almeno credo di esserci riuscito), il quale mi ha offerto un'altra scappatoia: se gli facevamo avere un fax con la delega a condurre e la carta d'identità del proprietario, ci avrebbe messo una buona parola lui con il direttore per far entrare l'auto in spregio a tutta la normativa vigente. Ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre conosceva il proprietario dell'auto? L'auto era intestata ad una signora che a quanto pare era l'ex datrice di lavoro del padre di uno dei ragazzi, padre a cui l'auto era stata venduta da pochissimo tempo, tanto che la cosa non risultava ovviamente nel libretto. Miracolosamente tra i vari documenti i ragazzi hanno trovato una registrazione al PRA al nome del summenzionato padre, il quale dopo circa due ore (nel frattempo abbiamo pranzato in un ristorantino nel duty-free annesso alla stazione di frontiera) è riuscito ad inviare un fax con una delega a condurre in Inglese (ci credereste che una sua collega l'aveva sottomano perché una sua figlia aveva fatto la stessa inteligentissima cosa tempo addietro?) e la sua carta d'identità, dopodiché sono riuscito a far passare il documento del PRA come parte integrante del libretto di circolazione, ed alla fine il funzionario si è convinto ad alzare un telefono rosso fuoco ed a farci rilasciare tutte le necessarie autorizzazioni. Quasi tutte .. ai ragazzi mancava ancora il visto.
Credevo di averle viste tutte, ma questa ancora mi mancava: quando si entra in Turchia con la carta d'identità, i Turchia appendono il visto sopra un foglietto di carta bianco, sul quale vengono stampati i timbri di entrata ed uscita. A quanto pare al funzionario delegato alla vendita dei visti erano finiti i fogli bianchi, ed ha appeso i visti sulle carte d'identità. Basito, ho accompagnato i tre ragazzi dal poliziotto dell'occhiataccia, avvertendoli della stranezza, ed infatti il tipo di fronte a quelle tre carte d'identità con visto prima ha sacramentato in Turco, poi intravedendomi alle loro spalle mi ha rinnovato l'occhiataccia, è uscito fuori dal suo chiosco ed ha preteso il mio passaporto. Ho messo su una faccia angelica mentre lui controllava se per caso non fossi ricercato per un qualsivoglia reato, non trovando nulla su cui appigliarsi mi ha restituito il passaporto, ma non ha ovviamente bollato le carte d'identità dei tre ragazzi, ordinando a me di portarli dal suo superiore nel chiosco accanto, che però era vuoto. A questo punto siamo tornati nuovamente dal funzionario ai visti, con il quale ci siamo semplicemente presi a maleparole (colpa anche mia, non ricordo mai il termine Turco per "foglio di carta bianco", e lui non aveva idea di cosa fosse un paper), ed alla fine ci siamo imbattuti nel superiore del poliziotto dell'occhiataccia. Il tipo, probabilmente settuagenario, ha sacramentato a sua volta per l'assurdità dei tre visti appiccicati sulle carte d'identità, ma fortunatamente ha tirato fuori tre foglietti bianchi su cui ha trasferito i tre visti, che ha poi provveduto a bollare. A questo punto abbiamo acquistato il visto per l'auto, e fortunatamente il responsabile stava ancora aspettando l'italiano con la carta d'identità, e finalmente siamo riusciti ad uscire da quella trappola. I tre avevano oramai fatto un punto d'onore del dovermi accompagnare ad Istanbul, per cui ci siamo divisi il carico in una maniera differente (ho viaggiato abbracciato ad materassino argentato), ma alla fine ad Istanbul a casa della mia amorevolissima e preoccupatissima ragazza gli ho potuto offrire un bel (?!) caffé espresso fatto con una macchina a pistone che avevamo prestato due anni addietro a degli amici Turchi e che ci era stata restituita giusto qualche giorno prima, ma questa è un'altra storia ..

P.S.: mi ripeto, non provate ad importare temporaneamente in Turchia un mezzo senza passaporto e delega a condurre, la storia appena raccontata rimane nell'ambito delle esperienze eccezionali, qualunque poliziotto Turco rompicoglioni ed a conoscenza delle convenzioni internazionali avrebbe potuto trovare mille pretesti per sequestrare o confiscare anche soltanto temporaneamente l'auto una volta in Turchia. Fortunatamente la conoscenza dei trattati internazionali non è proprio il forte dei poliziotti Turchi, i quali un centinaio di chilometri prima di Istanbul ci hanno fermato e ci hanno fatto una multa di 41 milioni di lire Turche. Perché, vi chiederete voi? Presto detto, il ragazzo alla guida aveva acceso le luci, la cosa aveva attratto inevitabilmente l'attenzione di una coppia di poliziotti (perché mai tiene le luci accese di giorno si saranno chiesti), ed uno dei due si è accorto che una delle luci anabbaglianti era rotta ..