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Thursday, 9 November 2017

Una tragedia trapanese: la perdita delle banche

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Un post di Giovanni De Santis mi ha ricordato un evento, la mia piccola testimonianza personale su quella che storicamente rimarrà come una delle più grandi tragedie che abbiano mai colpito Trapani, lo spostamento delle sedi centrali delle banche trapanesi.

Fino ad una quindicina di anni fa lavoravo a Palermo, anzi a Monreale, ed il mio datore di lavoro dell'epoca, o comunque il ragioniere, insisteva perché mi facessi un conto con una banca, Banca Nuova, con la quale avevano una convenzione. Un bel giorno decido di farlo contento, e vado all'appuntamento per aprire il conto, e mentre aspetto, mi metto a leggere un foglio che era praticamente una rivista aziendale della BPVi, la Banca Popolare di Vicenza, che aveva da poco acquistato Banca Nuova.

In tale rivista l'articolo principale spiegava ai dipendenti del gruppo la strategia alla base dell'acquisizione della Banca del Popolo di Trapani in questi termini: la BPT aveva una grande capacità di raccolta del risparmio, risparmio che grazie all'acquisizione sarebbe stato convogliato nel nord est, per finanziarne lo sviluppo imprenditoriale.

La BPT era storicamente insieme alla Sicilcassa una banca sistemica per lo sviluppo economico ed imprenditoriale della Sicilia Occidentale. Avendo tale comunità da poco perso la Sicilcassa, per ragioni che all'epoca potevano apparire magari sensate, molto meno oggi, dopo che molte banche di altre parti del paese non hanno ricevuto lo stesso trattamento pur versando in ben peggiori condizioni, non mi ci volle molto ad arrivare alla conclusione che trasformare la BPT da un volano al servizio dell'economia locale ad un collettore di risparmi che poi sarebbero stati investiti altrove avrebbe frenato non poco lo sviluppo della Sicilia Occidentale.

Non volendo essere un complice di tale crimine, decisi di non aprire il conto.

In generale, l'acquisizione della BPT da parte della BPVi rientrava chiaramente nella strategia di concentrazione del sistema creditizio perseguita all'epoca dalla banca d'Italia.
Nello specifico, la storia in questione, da quanto reso pubblico fino ad oggi, io l'ho capita così: i vertici di BPVi pare fossero interessati ad acquistare Sicilcassa, ma qualcun altro l'aveva già promessa ad altri. Una parte del team che curò la fusione di Sicilcassa con il BdS sarebbe venuto a sapere dell'interessamento, e sarebbe andato a far notare loro che, tra le banche siciliane potenzialmente acquisibili, la BPT era ben più appetibile, ed una volta completata la suddetta fusione, sarebbero passati armi e bagagli a curarne l'acquisizione e trasformazione in Banca Nuova (l'attuale Banca Nuova é l'antica Banca del Popolo di Trapani rinominata una quindicina di anni fa). Il motivo per cui questa acquisizione avvenne, al posto della fusione della BPT con la Banca Agricola Popolare di Ragusa di cui si parlava da quando la Banca d'Italia aveva iniziato ad imporre le concentrazioni, non l'ho mai capito.

Non ho mai letto o sentito nulla che mi possa far pensare che tale acquisizione sia stato un cattivo affare per la BPVi ed i suoi azionisti. D'altro canto, non ho mai letto o sentito nulla che mi possa far pensare che tale acquisizione abbia portato un qualsivoglia vantaggio allo sviluppo economico siciliano.

Pragmaticamente, tutti possiamo empiricamente osservare come, in un sistema come quello italiano, la vicinanza, sia fisica che soprattutto relazionale, con la sede centrale delle banche abbia una correlazione con la possibilità di accedere al credito, e con i tassi di interessi praticati dalle banche, e che non pare sia stato il mercato a spingere alla concentrazione (ed ad operazioni come la conglobazione della BPT nella BPVi, della Banca Popolare Santa Venera, della Cassa San Giacomo e della BPSA nel Credito Valtellinese, della Banca Sicula nella Banca Intesa, ...), quanto piuttosto una strategia concertata ed implementata dalla banca centrale italiana e dai suoi principali azionisti, che sono poi diventati non soltanto i "campioni" nazionali, ma anche i diretti beneficiari di altre decisioni alquanto discutibili (vedi l'aumento del valore delle quote della BdI).

Una volta che accettiamo o dobbiamo accettare, anche nostro malgrado, che a decidere quali debbano essere le sedi centrali delle banche non é il mercato, ma altri soggetti, di cui almeno uno dovrebbe teoricamente perseguire l'interesse generale, non vedo perché si debba giustificare chi fondamentalmente favorisce l'accesso al credito in determinate zone del paese, a discapito di altre, incentivando certe fusioni ed incorporazioni, e non altre (nel caso della BPT, qualora sta benedetta fusione fosse veramente stata necessaria, cosa non andava nella BAPR?).

A meno che non abbia capito male io, e tutte queste fusioni le ha determinate liberamente il mercato. Tutto quanto io ho sentito e letto sull'argomento fino ad ora mi sembra sostenere il contrario.

Sunday, 19 October 2014

Riflessione sulla eterogenesi dei fini

Da qualche giorno sono iscritto ad un comunità su Facebook di Italiani a Londra.

Ad un certo punto sono finito in un thread il cui OP sosteneva che ci fosse chi utilizzasse tale comunità "per doppi fini".

Questo è stato lo spunto che ha dato l'inizio ad una concisa riflessione personale su quali fossero i fini della mia partecipazione a tale comunità.

Il testo che segue è praticamente verbatim dalle riflessioni fatte originalmente sul thread in questione, che ho iniziato chiedendo all'OP primariamente cosa intendesse per "doppi fini" e secondariamente quale "quale sarebbe il fine principale di questo gruppo?".
In tutta sincerità, sono finito in questo gruppo perché chi mi ha invitato a parteciparvi, come mi ha altresì invitato a iscrivermi a gruppi come Bambocci in Fuga o altri gruppi simili, lo abbia fatto, immagino, per condividere implicitamente una sua personalissima ricerca epistemologica sull'osservabilità dei percorsi di comprensione potenzialmente affini, se non proprio atti, a proporre spiegazioni razionali a questioni come "Perché stanno arrivando una marea di cittadini Italiani a Londra?" oppure "Perché l'Italia è in depressione?" oppure "Perché l'Italia è l'unico paese sviluppato delle sue dimensioni che nella storia dell'umanità abbia sperimentato una recessione a tripla convessità?" (incidentalmente, recentemente anche la Finlandia, ma è molto più piccola) oppure "Perché l'Italia ha subito 25 anni di stagnazione" oppure "Perché l'Italia è in declino da 15 anni?". 
Nella particolare selezione delle popolazioni osservate, è insito che mi abbia voluto suggerire un particolare percorso di ricerca, l'indagine sul capitale umano contemporaneo, che suggerisce una problematica eterogenesi delle cause che personalmente stento ad accettare. Attenzione, è una congettura verosimile, e come in ogni problema complesso, deve necessariamente giocare un ruolo, ma a mio modo di vedere questo non è un ruolo da protagonista, quanto da comprimario. 
Il problema dell'Italia e degli Italiani non è soltanto, anzi dovrei certamente dire non è ormai soltanto, una generale mancanza di comprensione della realtà e di preparazione alla stessa, mancanza determinata da un sistema scolastico, accademico e lavorativo fuori dagli schemi dominanti nel resto del pianeta, dominanti non perché imposti da fantomatiche élite più o meno fantasiosamente nascoste ma perché naturalmente emersi nel corso di un poco sorprendente processo evolutivo ed adattativo, processo a cui purtroppo l'Italia ha smesso di correlarsi proattivamente almeno dal 1970. 
Il problema, visibile a qualsiasi povera Cassandra, e qui non parlo di sistemi informatici ma il riferimento è quello classico, è che in Italia, come in Giappone, in Spagna o in Germania o in tutti quei paesi in cui decenni di scelte scellerate hanno portato alla situazione attuale, non c'è più mercato interno, o comunque non c'è più un mercato interno all'altezza degli investimenti in conto capitale del sistema paese, e quando parlo di conto capitale, parlo sia di infrastrutture che di capitale umano. 
Il mercato interno è stato asfissiato non dalle politiche di austerità, dall'adozione dell'Euro o da mille altre più o meno improbabili piccoli eventi, ma dalla eccessiva contrazione demografica, che non è stata contrastata per almeno 3 decenni, se non con il palliativo di una blanda politica di immigrazione, senza alcun incentivo reale all'immigrazione di qualità o a politiche per il sostegno alla fertilità.
A questo punto mi è stato suggerito trasversalmente che il livello della conversazione della comunità non è generalmente sullo stesso registro da me utilizzato, osservazione a cui ho risposto che dato che da una rapida, ed ammetto fortuita, ricognizione l'OP pare abbia seguito studi letterari a livello accademico, nonostante quello che io pensi delle università italiane in generale, e cioè che il loro unico scopo storico, che ne appesantisce tuttora in maniera ingiustificabile l'efficienza e l'utilità, non fosse stato certo quello di preparare gli studenti alla vita reale o al mondo del lavoro, ma semplicemente quello di selezionare le nuove potenziali leve della casta accademica, continuo a sostenere che chi ha partecipato a quel tipo di percorso accademico debba essere più che capace di leggere sia quanto ho espresso letteralmente, sia quanto semanticamente suggerito in maniera più o meno implicita.

A questo punto, e sperando non sia necessariamente una chiosa, sono tornato alla questione primigenia, e cioè cosa si intendesse come "doppio fine" nella partecipazione ad una tale comunità, puntualizzando che non vorrei che le riflessioni sopra riportate venissero considerata come un fatuo prolegomeno ad una vuota collezione di supercazzole eterovestite da margaritas ante porcos.

Tuesday, 4 February 2014

Ripartizone utili Banca d'Italia 1997-2007

Notare come nel 2004 ai partecipanti venne ripartito il 150% degli utili della Banca centrale italiana, attingendo alle riserve patrimoniali accumulate tramite attività bancarie gestite in regime di monopolio:

Tuesday, 16 August 2011

Proposta demografica per risolvere i problemi economici della Repubblica Italiana

In un articolo recentemente pubblicato da Mehmet Caner, Thomas Grennes e Fritzi Koehler-Geib ed intitolato “Finding the tipping point — when sovereign debt turns bad“, viene suggerito da osservazioni empiriche che per i paesi economicamente sviluppati, come la Repubblica Italiana, una volta che il rapporto tra il debito pubblico ed il PIL supera il 77%, per ogni punto percentuale oltre questo limite si perde lo 0.017% di crescita reale di PIL (o meglio uno 0.17% ogni 10% di debito oltre il 77%). Io personalmente trovo questa stima abbastanza ottimistica (anche se penso che probabilmente nella realtà non è poi così lineare), ma prendiamola per buona.
Che significa per i cittadini contribuenti della Repubblica Italiana (ed ivi residenti e lavoranti)?

L’ultima volta che il debito pubblico è rimasto sotto il limite del 77% passava l’anno 1984.

Dal 1984 ad oggi ogni singolo anno la crescita del sistema paese è stata inferiore a quella che sarebbe potuta essere, zavorrata da questo debito pubblico eccessivo. Totalizzando la crescita persa anno per anno a partire dal 1985, la Repubblica Italiana nel 2009 ha perso oltre il 10% di crescita potenziale di PIL. Gli stipendi attuali degli Italiani sono quindi probabilmente inferiori di circa il 10% a quelli che sarebbero potuti diventare se il debito fosse stato gestito meglio.

Dando retta a Caner & co., l’effetto a livello patrimoniale è ovviamente anche maggiore, circa il 17.5% del patrimonio pro capite (o se paragonato al PIL annuo, circa un 105%). In parole povere chi ha lavorato dal 1985 al 2009 ha perso almeno 2 se non 3 anni interi di stipendio (non tutta la popolazione lavora) che a quest’ora si ritroverebbe tra i suoi risparmi o investimenti, e tra l’altro gli è finita pure bene, perché l’effetto contrattivo peggiora con il tempo, per cui chi ha iniziato a lavorare dopo avrà sempre più minori retribuzioni rispetto a quelle che avrebbe potuto avere ed alla fine si ritroverà senza intere annate di stipendio. Tra l’altro dovrebbe proprio essere abbastanza evidente questo effetto oramai, no?
Tutto questo senza avere nemmeno iniziato il discorso sul fatto che buona parte di quel debito supplementare al 77% è stato creato per fare spese stupide e/o inefficienti e/o generazionalmente inique come le baby pensioni o “i costi della politica” o le pensioni retributive.
La Banca d’Italia ci informa ora che a Giugno del 2011 è stato stabilito il nuovo record assoluto del debito pubblico, pari a quel punto a poco meno di 1902 miliardi di Euro, ormai probabilmente oltre il 120% del PIL del paese. Oggi, ad Agosto 2011, fino a qualche giorno fa sembrava che nessuno volesse più comprare i titoli di stato emessi e garantiti dalla Repubblica Italiana, una crisi di confidenza da parte dei mercati, sul paese e soprattutto sul governo, e probabilmente un po’ tutta la classe politica, che sorprende purtroppo soltanto per non essere avvenuta ben prima di oggi, tant’è che la BCE si è trovata costretta, suo malgrado, a dover intervenire per acquistarne grandi quantitativi, in cambio per ora di semplici promesse da parte del governo Italiano.
Il governo Italiano deve ora decidere a quali riforme fiscali e strutturali affidare il tentativo di risanare il paese, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico il prima possibile, incentivando comunque la crescita.

Se il buon giorno si vede dal mattino, è un’impresa praticamente disperata.

Tra le prime reazioni, su NoiseFromAmerika il buon Michele Boldrin suggerisce di cambiare immediatamente governo, ridurre le retribuzioni di un sottoinsieme dei dipendenti pubblici, cancellare la riforma federalista nella sua forma attuale, introdurre una nuova riforma pensionistica per comprimere la spesa pensionistica al 10% del PIL in un tot d’anni, privatizzare svariate partecipate statali, e liberalizzare, mentre la proposta di riforma della sanità del buon Francesco Forti suggerisce se non sia anche il caso di andare a vedere se si può migliorare l’efficienza e l’efficacia di quel settore.

Si potrebbero fare anche proposte ben più estreme, come ipertassare i diritti acquisiti immeritatamente (sei un baby pensionato da quando avevi 30 anni? Ricevi un vitalizio perché hai fatto un giorno da parlamentare? Beccati questa megatassa che ti parifica al regime contributivo, ipotecandoti automaticamente tutte le proprietà, fino al pagamento del dovuto), ma si risolverebbero tutti, o comunque una parte notevole dei problemi del paese? No
No, non perché io ritenga che le proposte di cui sopra non siano desiderabili, anzi, e nemmeno perché io non pensi che possano aiutare a ritornare più o meno velocemente a questo fantomatico limite del 77%, o quello che sia, a partire dal quale il sistema paese ritornerebbe a funzionare meglio ed a creare più ricchezza, e nemmeno per tante altre ragioni, ma semplicemente perché ritengo che purtroppo il principale ostacolo alla crescita del paese, da un trentennio a questa parte, è la sua struttura demografica, e la totale incapacità della classe politica e dirigente a cercare di mitigarne gli effetti.

La piramide demografica del paese è mostrata da questo grafico, basato su dati ISTAT, cortesia di Wikipedia:


Dal grafico si evince chiaramente che quarantacinque anni fa improvvisamente c’è stato un cambiamento demografico epocale, il tasso di natalità è crollato improvvisamente, in vent’anni si è dimezzato, trasformando quello che era un paese in espansione demografica in un paese in pesante contrazione demografica, contrazione che si è sì fortunatamente arrestata una ventina di anni fa, ma che non è stata purtroppo né preventivata né soprattutto gestita in maniera efficace dalle classi dirigenti.
Da trent’anni a questa parte, da quando cioé gli effetti deleteri di questa mancata stabilizzazione si sono iniziati a far sentire, è stato tutto un affannarsi a mettere pezze su pezze, per cercare di rimettere in moto un sistema che era stato costruito e congegnato per una ben diversa struttura demografica. Le misure via via implementate sarebbero probabilmente state sufficienti se la stabilizzazione demografica fosse avvenuta quarant’anni fa, ma una volta che la stabilizzazione demografica è avvenuta soltanto vent’anni fa, non sono state sufficienti, e dubito sarebbero state sufficienti neppure se al posto degli Italiani ci fossero stati gli Svizzeri o i Tedeschi (ammetto che probabilmente ci sarebbero state più possibilità!). Qualsiasi cosa si faccia oggi, il problema rimane sempre lì, ed è quel rigonfiamento tra i 35 ed i 49, rigonfiamento con cui bisognerà fare i conti almeno per i prossimi 40 anni.

Cosa si può fare? Continuare a mettere pezze? A me pare ovvio che l’unica soluzione possibile sia quella di intervenire radicalmente sulla struttura demografica del paese, attenuando artificialmente la contrazione delle classi di età under 35. Come? Importando persone, specificamente over 21, preferibilmente laureati, da paesi che abbiano il problema opposto rispetto alla Repubblica Italiana, cioé che si trovino ancora in una fase pronunciata di espansione demografica (e c’è soltanto l’imbarazzo della scelta, Marocco, Turchia, Egitto, Messico, Iran, Brasile, India, quasi tutti i paesi Africani, e così via).

Ecco come vorrei venisse trasformata entro la fine del 2012 la piramide demografica della Repubblica Italiana:


Per raggiungere questo scopo, in contemporanea a tutte le riforme proposte da Michele Boldrin per amplificarne gli effetti, basterebbe importare il prossimo anno 2,4 milioni di immigrati, metà uomini metà donne, nelle seguenti fasce d’età:
  • 300 mila nella classe 30-34
  • 900 mila nella classe 25-29
  • 1,2 milioni nella classe 21-24

Negli anni successivi, con i consequenti effetti economici positivi sui conti pubblici, andrebbe sì diminuito il debito pubblico, ma al contempo andrebbe incentivato il tasso di natalità dei residenti, migliorando le prestazioni a favore dei genitori, e bisognerebbe continuare ad incentivare l’immigrazione, in maniera meno intensa chiaramente, ma programmandola dal punto di vista demografico, con l’obiettivo di arrivare ad una stabilizzazione della piramide demografica in una ventina d’anni.

Ci sono dei rischi ad applicare un tale shock demografico improvviso, non c’è dubbio, ed andrebbero valutati e nel caso mitigati, ad esempio, e soltanto per fare un esempio, potrebbe avere senso iniziare ad applicare la riforma sanitaria assicurativa proposta da Francesco Forti proprio a questi immigrati: “sei laureato? sei nella classe d’età che ci interessa? Se ti paghi l’assicurazione sanitaria, puoi ottenere un permesso di lavoro!” (che poi probabilmente gli costerebbe meno di quanto costi ora ottenerne uno con la corruzione o addirittura farsi trasportare dagli scafisti)

Una volta valutati tutti i rischi, e mitigati per quanto possibile, questa è la strada maestra per risolvere i problemi del paese.

In mancanza di una tale politica di correzione degli squilibri demografici, chiunque dia un’occhiata al grafico sopra, dovrebbe rendersi conto che per tutti gli under 45 residenti nella Repubblica Italiana, il futuro promette e permette soltanto tregende.

Friday, 30 April 2010

Il lavoro nero ed il costo del lavoro in Sicilia

Una delle cause principali del lavoro nero in Sicilia o comunque nelle aree dove l’etnia Siciliana costituisce la maggior parte della popolazione (Calabria centromeridionale, Cilento e Salento) è il fatto che il sistema paese della Repubblica Italiana è confezionato a misura delle esigenze Padane.

In altre parole, i costi fissi amministrativi, tributari e burocratici sopportabili da un’impresa Padana sono del tutto insopportabili dalle imprese Siciliane, le quali di conseguenza partono con un deficit di competitività, che cercano di recuperare con tutti i mezzi possibili, a volte purtroppo anche quelli illegali.

Un sistema siffatto è ovviamente sbagliato, e bisogno purtroppo aggiungere che spesso lo Stato Italiano non riesce nemmeno a controllarlo e regolarlo adeguatamente, e quello che viene regolato viene controllato spesso completamente a chiazze, anche per la penuria di uomini, mezzi, strumenti e formazione delle forze all'uopo preposte, e si finisce quindi per colpire a casaccio, un giorno a questo e l'altro giorno all'altro, e questo implica che in realtà alla fine il sistema favorisce le imprese che si comportano peggio e che riescono a non farsi beccare e quindi a farla franca, mentre quelle che si comportano legalmente in Sicilia sono doppiamente svantaggiate.

Se lo Stato riuscisse a controllare a tappeto tutte le imprese Siciliane, il risultato immediato sarebbe però un incremento della disoccupazione e della popolazione inattiva, appunto perché le imprese Siciliane sono generalmente sfavorite in partenza rispetto ai concorrenti nel mercato interno alla Repubblica Italiana (non parliamo poi nel mercato esterno!).

L’unica soluzione possibile è quella di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle imprese Siciliane di poter competere ad armi pari.
Questo necessita sia di enormi interventi infrastrutturali (ferrovie, aeroporti, strade, porti, ponti e quant'altro), sia di interventi sul mercato del lavoro, sul costo del lavoro, sulla pressione fiscale, sulla burocrazia, sui costi amministrativi e soprattutto, e principalmente, nell’affermare finalmente e compiutamente il dominio della legge (condizione questa sine qua non per poter attrarre investimenti stranieri significativi con una certa costanza).

Per dare un po di numeri, si possono fare degli esempi pratici per paragonare i costi del mercato del lavoro Siciliano con quelli di imprese operanti in altri sistemi paese, ad esempio con i costi del mercato del lavoro Britannico, che mostrano chiaramente lo svantaggio competitivo che le imprese Siciliane devono sopportare.

Nel Regno Unito vi è un minimo salariale nazionale di €6.65 orari lordi al cambio odierno.

Se si lavora al minimo salariale 37 ore e mezza a settimana, in un anno il costo per il datore di lavoro è di €13778 tutto compreso, dei quali come minimo (potrebbero essere di più se uno ha diritto a deduzioni per i figli o in altri casi) finiranno nelle tasche del lavoratore €11146 netti (quasi €929 al mese), cioé circa l’81% del costo del lavoro, in altre parole il cuneo fiscale e contributivo è soltanto il 19%.

In Sicilia, per fare arrivare legalmente 11 mila Euro nelle tasche dei propri dipendenti, non mi stupirei se il datore di lavoro possa arrivare a pagare anche 15-20 mila Euro (in realtà dipende da n mila cose).

Se nel Regno Unito uno lavora part-time o se non lavora tutto l’anno o se è giovane (under 22), ovviamente potrebbe guadagnare meno, ed incredibilmente, se paragonata alla situazione Siciliana, se un Britannico guadagna fino a €6554 Euro annui, il datore di lavoro non paga un copeco di tasse o contributi, cioé il costo del lavoro tutto compreso è nullo, 0%, ed in tasca del lavoratore finisce netto il 100% del costo del lavoro!

Adottare un regime simile in Sicilia significherebbe che chiunque guadagnasse fino a €550 al mese sarebbe praticamente in regola in ogni caso!

Un altro esempio è possibile farlo per i professionisti: mentre in Sicilia, seguendo la legislazione Italiana, vi è la possibilità di aderire ad un regime forfettario per qualche anno se si ha un giro d’affari inferiore a poche decine di migliaia di Euro, che per un professionista è banalmente al di sotto della sussistenza, nel Regno Unito un professionista, ma anche un piccolo commerciante o comunque chiunque svolga piccole attività di mera sussistenza, non è tenuto ad aprirsi la partita IVA se ha un giro d’affari inferiore agli 80 mila Euro annui.

80 mila Euro annui. Altro che sguinzagliare le forze dell'ordine dietro a chi vende qualche carabattola su ebay senza pagare tasse e minimi contributivi.

Tuesday, 16 March 2010

Il decennio perduto

Una immagine vale più di mille parole.
Come ogni proverbio, anche questo non è sempre vero, ma questo lo è il più delle volte.

Sabato mattina, leggendo su un treno per Londra, mia moglie ha notato un bel grafico a corredo di un articolo, ospitato su una piccola rivista venduta insieme all'edizione del fine settimana del Financial Times, intitolato "L'Informazione: la crescita persa nella recessione", e me lo ha fatto notare.

Prima che riuscissi ad avere modo di dargli uno sguardo, era già Domenica sera, su un treno da Londra.

Il grafico è veramente interessante , ed ha effettivamente aperto una nuova dimensione alla mia comprensione degli effetti della recessione economica che abbiamo attraversato negli ultimi due anni.

Prendendo quel grafico ad esempio, ho deciso provare anch'io ad usare lo stesso punto di vista, così ho preso i dati degli ultimi 10 anni di crescita del PIL (sic!) da Eurostat, li ho analizzati ed ho creato un mio grafico, questa volta diviso in periodi annuali, e in pochi minuti mi sono ritrovato ad ammirarne lo scioccante risultato:

The lost decade

Ogni singolo paese nell'insieme considerato da Eurostat, tranne la Polonia, ha perso almeno 2 anni di crescita del PIL.
Di tutti i paesi, la Repubblica Italiana è stato il paese più colpito, ha perso 9 anni di crescita durante la recessione, è quindi come se tutti i cittadini contribuenti italiani per colpa di una qualche oscura magia nera avessero lavorato dieci anni per trovarsi alla fine proprio dove erano 10 anni fa.

Fondamentalmente, ogni legge finanziaria emanata dagli ultimi governi italiani, ogni sacrificio richiesto ai cittadini italiani da parte della classe dirigente italiana, in particolare alle giovani generazioni che hanno iniziato a lavorare dopo il 1999, ogni promessa di una ricompensa futura in cambio di una maggiore flessibilità del lavoro e una minore sicurezza del lavoro, è andato tutto in fumo.

Sette anni dopo la sua emanazione, quali sono gli effetti finali della cosiddetta riforma Biagi sulla crescita dell'economia italiana?

Zero, nihil, nulla.

Non è rimasto niente.

Friday, 8 January 2010

Uscire dall'Euro e ritorno delle svalutazioni, cui prodest?

Ogni tanto si sente o si legge di qualche politico o qualche economista che propone o propugna l'uscita dall'Euro e il ritorno alla Lira o comunque ad una valuta non amministrata dalla BCE, ma dalla Repubblica Italiana.

Sia i proponenti che i commentatori di questo tipo di proposte di solito si limitano a considerare la questione dal punto di vista del sistema paese Repubblica Italiana, ma raramente, per quanto visto fino ad ora praticamente mai, qualcuno spinge le proprie considerazioni fino a coinvolgere la Sicilia ed i Siciliani.

Uscire dall'Euro e riadottare la vecchia Lira o una valuta gestita comunque non a livello continentale, converrebbe alla Sicilia ed ai Siciliani?

Il fatto che spesso questo tipo di proposte arrivino da esponenti Padani, anche di primo piano, dovrebbe essere abbastanza per indicarci la strada buona per arrivare alla risposta.

Il motivo principale per cui queste persone propongono il ritorno alla Lira, e quindi ad una gestione più Italiana e non Europea della valuta, è quello che essi vorrebbero poter utilizzare, o comunque avere a disposizione, lo strumento della svalutazione competitiva della moneta.

Dall'adozione dell'Euro in poi, la competitività di alcuni paesi, che gli Anglosassoni nemmeno troppo scherzosamente chiamano "Pigs" ("Maiali", e cioè Portogallo, Italia o Irlanda o entrambe a seconda della stagione, Grecia e Spagna) non ha fatto che diminuire, specialmente al confronto negli ultime anni con la competitività della principale economia dell'Unione, quella Tedesca.

Uno dei motivi principali è quello che in generale la competitività della Germania aumentava nei confronti di alcuni di questi paesi, sicuramente l'Italia, anche prima dell'adozione dell'Euro, in special modo prima dell'unificazione Tedesca, e che invece che cercare di correggere le ragioni di questa tendenza, i politici e le classi dirigenti Italiane preferivano utilizzare l'opzione della svalutazione monetaria per guadagnare competitività senza dover affrontare i necessari interventi strutturali.

Dal punto di vista dei politici, più che il buon cuore, il motivo che spinge a scegliere l'opzione della svalutazione competitiva è spesso l'amor di poltrona, perché gli interventi strutturali spesso possono diventare cose come l'aumento dell'età pensionabile o la flessibilizzazione del mercato del lavoro, o l'abolizione di cose come l'articolo 18, cose che anche quando diventano assolutamente necessarie, sono dolorose, almeno inizialmente, per larghe fasce della popolazione, e sono quindi difficili da spiegare e da fare accettare.

Ma perché la competitività della Germania o di altri paesi del Nord Europa tende ad aumentare più di quella di paesi come l'Italia? Il motivo principale è che gli incrementi salariali in Italia non determinano in generale gli stessi aumenti di produttività che determinano altrove, cioè quando lo stipendio aumenta in Germania, i Tedeschi riescono a produrre di più e con più qualità, cosa che non avviene con la stessa frequenza in Italia (ma anche negli altri paesi membri del Pigs club).

La svalutazione monetaria non è però una soluzione definitiva o addirittura non è nemmeno auspicabile, anzi.

Le svalutazioni sono infatti moralmente sbagliate perché colpiscono immeritatamente i risparmiatori, sono politicamente e diplomaticamente molto discutibili, perché sono strumenti mercantilisti tramite i quali si cerca di guadagnare artificiosamente competitività nei confronti dei propri vicini o concorrenti, e servono al limite soltanto a ritardare o al massimo a postporre gli interventi strutturali necessari e dolorosi che le classi dirigenti non hanno il coraggio di fare oggi e che quindi cercano di postporre a domani, con l'ovvia conseguenza che nel frattempo, come si direbbe in Siciliano, a cira squagghia e a prucissiuni un camina.

Per quanto riguarda la Sicilia ed i Siciliani, il punto importante è che le svalutazioni favoriscono di più chi ha una minore produttività, ad esempio perché ha stipendi più alti, e sfavoriscono di meno chi ha redditi più elevati.

Non vi dice niente questa cosa? Nella Repubblica Italiana gli stipendi medi sono più bassi al Sud che al Nord, anzi, sono più bassi in Sicilia che altrove, ed i Siciliani hanno anche il PIL pro capite più basso. Questo significa che quando c'era la Lira ogni volta che si svalutava, il nord guadagnava competitività non solo rispetto agli altri sistemi paese, ma anche rispetto all'economia Siciliana, e non solo, dato che i Siciliani avevano in partenza meno Lire in mano, subivano proporzionalmente gli svantaggi delle svalutazioni (l'aumento di tutti i beni e servizi acquistati al di fuori dall'Italia) molto più che gli abitanti del resto della Penisola, soprattutto di quelli in Padania.

Ma c'è di più: dato che acquistare beni prodotti al di fuori del sistema paese Italia diventava ad ogni svalutazione molto più difficile per i Siciliani, i Siciliani erano costretti a comprare i beni prodotti in Italia, e dove si producevano e si producono i beni perlopiù in Italia? Ma in Padania!

E dato che si producevano e si producono i beni perlopiù in Padania, dov'è che è sempre convenuto di più creare nuove infrastrutture, autostrade, ponti, ferrovie, doppi binari, alta velocità, aeroporti o la qualsiasi? Oramai l'avrete capito, in Padania.

Non deve certo sorprenderci che i principali rappresentanti politici dell'imprenditoria Padana, e di una certa cultura Padana, abbiano nostalgia della Lira e delle svalutazioni competitive, Cicero pro domo sua, ma mi meraviglierei che vi fosse qualche Siciliano che la condividesse.

Le riforme strutturali, per quanto dolorose, sono necessarie, e sono, soprattutto per la Sicilia, molto più convenienti che un ritorno alla Lira o alle svalutazioni competitive, ed alla fine da queste finirebbe per guadagnarci anche, ma stavolta non solo, la Padania.

Chi propone e sogna la notte di uscire dall'Euro e riadottare la vecchia Lira o una valuta gestita comunque a livello del sistema paese Italiano, sogna in definitiva di far ricadere la Sicilia ed i Siciliani in un circolo vizioso di dipendenza che dovremmo veramente sperare di non rivedere mai più.

Vien da chiedersi infine perché mai quando nei media in lingua Italiana si commenta su questo tipo di proposte, sia così raro che qualcuno faccia notare che le svalutazioni mentre possono servire a ritardare l'applicazione di dolorose riforme strutturali al nord, sono sempre e comunque deleterie per il sud, specialmente una vera e propria fregatura per la Sicilia ed i Siciliani.


[Pubblicato su Blog Sicilia]

Wednesday, 28 October 2009

Il dominio della legge nella Repubblica Italiana

Nella Repubblica Italiana non c'è domino della legge.
I processi, fino all'ultimo grado, dovrebbero durare al massimo 1 anno. Quando durano 25 anni, rendono le leggi, anche le migliori, inapplicabili ed inutili. A cosa serve riformare il mercato del lavoro, le pensioni e quant'altro, se tanto chi vuole approfittarsi di te ha più possibilità di sfruttarti a suo piacimento che di doverne pagare eventuali conseguenze un giorno lontano?
E quindi via di stage non pagati, tirocini che vanno avanti per anni, contratti a progetto o partite IVA che mascherano rapporti di dipendenza, di sudditanza, se non di vera e propria servitù.
L'articolo 3 della Costituzione dice non solo che tutti i Cittadini dovrebbero essere uguali davanti alla Legge, ma anche che dovrebbero pari opportunità di fare carriera in virtù dei loro meriti. Lo Stato Italiano che fa in merito? La riforma Biagi, che in pratica formalizza la divisione dei lavoratori tra i protetti dallo Statuto dei Lavoratori e quant'altro e da quelli che non hanno nessuna garanzia e protezione, e finiscono inevitabilmente a vivere una vita senza opportunità aspirando al massimo alla sopravvivenza materiale?
Di riforme necessarie ce ne sono da fare tante (abolizione dell'articolo 18, equiparazione dei consulenti ai dipendenti, laurea a 21 anni per il 75% degli iscritti, ammortizzatori sociali veri, pensioni a 70 anni, cassa unica per tutti, licenziamento del 10-20% degli statali) ma senza dominio della legge non si va da nessuna parte.