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Monday, 17 August 2015

Perché bisogna aggiustare la struttura demografica?

Il tasso di fecondità totale (TFT) italiano è sceso sotto quota 2 nel 1977, precipitando in un 3 anni dalla banda in cui si era stabilizzato tra il 1950 ed il 1974 (2.31-2.70). Il TFT in quei 25 anni era leggermente troppo elevato, ma se la politica avesse fatto qualcosa per fermarne la caduta tra 1.90 e 2, l'impatto sulla situazione economica attuale non sarebbe stato particolarmente evidente. La politica invece non fece nulla. Nulla di nulla. Ed il TFT precipitò da 1.98 nel 1977 a 1.18 nel 1995. Una catastrofe apocalittica. Roba da peste nera medievale, o da guerra Romeo Gotica. Fortunatamente si iniziò a sentire l'impatto degli stranieri, soprattutto delle straniere, che fino ad oggi hanno mantenuto un TFT poco sopra a 2 mitigando quindi la situazione, per cui il TFT italiano risalì leggermente da quello 1.18 del 1995 allo 1.40 dei giorni nostri. Siamo ancora a 0.6 figli a donna di distanza da quota 2. Ipotizziamo che finalmente arrivi un governo assennato, e che attui le politiche necessarie a riportare il TFT a 2, diciamo entro il 2020, e che riuscirà a mantenerlo a quota 2 per i prossimi 100 anni. Quello che succederà è che i nati dal 2020 in poi inizieranno a fornire il loro apporto produttivo all'economia italiana almeno 25 anni dopo, nel 2045, e che questo effetto raggiungerà il suo massimo soltanto quando saranno morti tutti gli over 25 nel 2045 inclusi ovviamente tutti i vivi nel 2015.

Quale sarebbe il ruolo dei vivi nel 2015 in questo scenario? Produrre per mantenere i pensionati ed i nuovi nati. Un compito piuttosto difficoltoso, dato che i primi sono e saranno molti di più per decenni, ed i secondi diventeranno sempre di più. Per dare numeri (arrotondati, ma guarda alle dimensioni), l'INPS spende in prestazioni 330 miliardi di Euro annui, e dato che riceve contributi solo per 230 miliardi, lo stato ogni anno deve ripianare un buco di 100 miliardi di Euro. Solo per la previdenza (l'assistenza è un altro capitolo tragico).

Quale è l'unica alternativa razionale ed auspicabile? Incentivare immigrati di qualità under 35 con cui condividere quel ruolo, e suddividere con questi i costi per mantenere i pensionati ed i nuovi nati. Si possono fare altre cose per mitigare il problema, ad esempio passare tutte le prestazioni, anche quelle in essere, al contributivo, riforma con cui si recupererebbe qualche decina di miliardi ogni anno, ma non si risolverebbe il problema, determinato dal fatto che le generazioni over 40 sono molto più grandi delle under 40.

Il disoccupato italiano oggi è disoccupato almeno nello 80% dei casi perché la struttura demografica è totalmente sbilanciata.

Gli effetti di questo sbilanciamento sono: collasso del mercato interno, aumento della pressione fiscale, aumento della pressione contributiva, proibizione della redistribuzione territoriale, fine della convergenza tra le aree del paese, compressione degli investimenti in conto capitale, declino, mancato sviluppo.

Dato che non abbiamo la macchina del tempo, l'unica opzione moralmente accettabile è quella di incentivare l'immigrazione di 25-30 milioni di immigrati nei prossimi 25 anni, di cui 6 nei prossimi 2 o 3 anni (lo scenario centrale di previsione dell'INPS prevedeva 16 milioni e mezzo di immigrati, io personalmente li vorrei spalmare in maniera più intelligente tra le varie coorti d'età).

Altrimenti rassegnarsi ad una vita di schiavitù generazionale, o emigrare.

Saturday, 15 August 2015

Italia 2040 lo scenario di previsione centrale dell'ISTAT: 16 milioni e mezzo di immigrati!

Lo scenario di previsione centrale dell'ISTAT per la popolazione italiana nel 2040 richiede che nei prossimi 25 anni l'Italia riceva una immigrazione netta di 16 milioni e mezzo di persone.

In luce del rallentamento dell'immigrazione e dell'aumento dell'emigrazione negli ultimi anni, spero che chiunque usi quello scenario centrale dell'ISTAT per fare previsioni sulla sostenibilità magari del sistema previdenziale, lo usi con un bel po' di sale, altrimenti i conti del paese sballeranno molto rapidamente.

ISTAT 2040 centrale 16485589 v2

Tuesday, 16 August 2011

Proposta demografica per risolvere i problemi economici della Repubblica Italiana

In un articolo recentemente pubblicato da Mehmet Caner, Thomas Grennes e Fritzi Koehler-Geib ed intitolato “Finding the tipping point — when sovereign debt turns bad“, viene suggerito da osservazioni empiriche che per i paesi economicamente sviluppati, come la Repubblica Italiana, una volta che il rapporto tra il debito pubblico ed il PIL supera il 77%, per ogni punto percentuale oltre questo limite si perde lo 0.017% di crescita reale di PIL (o meglio uno 0.17% ogni 10% di debito oltre il 77%). Io personalmente trovo questa stima abbastanza ottimistica (anche se penso che probabilmente nella realtà non è poi così lineare), ma prendiamola per buona.
Che significa per i cittadini contribuenti della Repubblica Italiana (ed ivi residenti e lavoranti)?

L’ultima volta che il debito pubblico è rimasto sotto il limite del 77% passava l’anno 1984.

Dal 1984 ad oggi ogni singolo anno la crescita del sistema paese è stata inferiore a quella che sarebbe potuta essere, zavorrata da questo debito pubblico eccessivo. Totalizzando la crescita persa anno per anno a partire dal 1985, la Repubblica Italiana nel 2009 ha perso oltre il 10% di crescita potenziale di PIL. Gli stipendi attuali degli Italiani sono quindi probabilmente inferiori di circa il 10% a quelli che sarebbero potuti diventare se il debito fosse stato gestito meglio.

Dando retta a Caner & co., l’effetto a livello patrimoniale è ovviamente anche maggiore, circa il 17.5% del patrimonio pro capite (o se paragonato al PIL annuo, circa un 105%). In parole povere chi ha lavorato dal 1985 al 2009 ha perso almeno 2 se non 3 anni interi di stipendio (non tutta la popolazione lavora) che a quest’ora si ritroverebbe tra i suoi risparmi o investimenti, e tra l’altro gli è finita pure bene, perché l’effetto contrattivo peggiora con il tempo, per cui chi ha iniziato a lavorare dopo avrà sempre più minori retribuzioni rispetto a quelle che avrebbe potuto avere ed alla fine si ritroverà senza intere annate di stipendio. Tra l’altro dovrebbe proprio essere abbastanza evidente questo effetto oramai, no?
Tutto questo senza avere nemmeno iniziato il discorso sul fatto che buona parte di quel debito supplementare al 77% è stato creato per fare spese stupide e/o inefficienti e/o generazionalmente inique come le baby pensioni o “i costi della politica” o le pensioni retributive.
La Banca d’Italia ci informa ora che a Giugno del 2011 è stato stabilito il nuovo record assoluto del debito pubblico, pari a quel punto a poco meno di 1902 miliardi di Euro, ormai probabilmente oltre il 120% del PIL del paese. Oggi, ad Agosto 2011, fino a qualche giorno fa sembrava che nessuno volesse più comprare i titoli di stato emessi e garantiti dalla Repubblica Italiana, una crisi di confidenza da parte dei mercati, sul paese e soprattutto sul governo, e probabilmente un po’ tutta la classe politica, che sorprende purtroppo soltanto per non essere avvenuta ben prima di oggi, tant’è che la BCE si è trovata costretta, suo malgrado, a dover intervenire per acquistarne grandi quantitativi, in cambio per ora di semplici promesse da parte del governo Italiano.
Il governo Italiano deve ora decidere a quali riforme fiscali e strutturali affidare il tentativo di risanare il paese, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico il prima possibile, incentivando comunque la crescita.

Se il buon giorno si vede dal mattino, è un’impresa praticamente disperata.

Tra le prime reazioni, su NoiseFromAmerika il buon Michele Boldrin suggerisce di cambiare immediatamente governo, ridurre le retribuzioni di un sottoinsieme dei dipendenti pubblici, cancellare la riforma federalista nella sua forma attuale, introdurre una nuova riforma pensionistica per comprimere la spesa pensionistica al 10% del PIL in un tot d’anni, privatizzare svariate partecipate statali, e liberalizzare, mentre la proposta di riforma della sanità del buon Francesco Forti suggerisce se non sia anche il caso di andare a vedere se si può migliorare l’efficienza e l’efficacia di quel settore.

Si potrebbero fare anche proposte ben più estreme, come ipertassare i diritti acquisiti immeritatamente (sei un baby pensionato da quando avevi 30 anni? Ricevi un vitalizio perché hai fatto un giorno da parlamentare? Beccati questa megatassa che ti parifica al regime contributivo, ipotecandoti automaticamente tutte le proprietà, fino al pagamento del dovuto), ma si risolverebbero tutti, o comunque una parte notevole dei problemi del paese? No
No, non perché io ritenga che le proposte di cui sopra non siano desiderabili, anzi, e nemmeno perché io non pensi che possano aiutare a ritornare più o meno velocemente a questo fantomatico limite del 77%, o quello che sia, a partire dal quale il sistema paese ritornerebbe a funzionare meglio ed a creare più ricchezza, e nemmeno per tante altre ragioni, ma semplicemente perché ritengo che purtroppo il principale ostacolo alla crescita del paese, da un trentennio a questa parte, è la sua struttura demografica, e la totale incapacità della classe politica e dirigente a cercare di mitigarne gli effetti.

La piramide demografica del paese è mostrata da questo grafico, basato su dati ISTAT, cortesia di Wikipedia:


Dal grafico si evince chiaramente che quarantacinque anni fa improvvisamente c’è stato un cambiamento demografico epocale, il tasso di natalità è crollato improvvisamente, in vent’anni si è dimezzato, trasformando quello che era un paese in espansione demografica in un paese in pesante contrazione demografica, contrazione che si è sì fortunatamente arrestata una ventina di anni fa, ma che non è stata purtroppo né preventivata né soprattutto gestita in maniera efficace dalle classi dirigenti.
Da trent’anni a questa parte, da quando cioé gli effetti deleteri di questa mancata stabilizzazione si sono iniziati a far sentire, è stato tutto un affannarsi a mettere pezze su pezze, per cercare di rimettere in moto un sistema che era stato costruito e congegnato per una ben diversa struttura demografica. Le misure via via implementate sarebbero probabilmente state sufficienti se la stabilizzazione demografica fosse avvenuta quarant’anni fa, ma una volta che la stabilizzazione demografica è avvenuta soltanto vent’anni fa, non sono state sufficienti, e dubito sarebbero state sufficienti neppure se al posto degli Italiani ci fossero stati gli Svizzeri o i Tedeschi (ammetto che probabilmente ci sarebbero state più possibilità!). Qualsiasi cosa si faccia oggi, il problema rimane sempre lì, ed è quel rigonfiamento tra i 35 ed i 49, rigonfiamento con cui bisognerà fare i conti almeno per i prossimi 40 anni.

Cosa si può fare? Continuare a mettere pezze? A me pare ovvio che l’unica soluzione possibile sia quella di intervenire radicalmente sulla struttura demografica del paese, attenuando artificialmente la contrazione delle classi di età under 35. Come? Importando persone, specificamente over 21, preferibilmente laureati, da paesi che abbiano il problema opposto rispetto alla Repubblica Italiana, cioé che si trovino ancora in una fase pronunciata di espansione demografica (e c’è soltanto l’imbarazzo della scelta, Marocco, Turchia, Egitto, Messico, Iran, Brasile, India, quasi tutti i paesi Africani, e così via).

Ecco come vorrei venisse trasformata entro la fine del 2012 la piramide demografica della Repubblica Italiana:


Per raggiungere questo scopo, in contemporanea a tutte le riforme proposte da Michele Boldrin per amplificarne gli effetti, basterebbe importare il prossimo anno 2,4 milioni di immigrati, metà uomini metà donne, nelle seguenti fasce d’età:
  • 300 mila nella classe 30-34
  • 900 mila nella classe 25-29
  • 1,2 milioni nella classe 21-24

Negli anni successivi, con i consequenti effetti economici positivi sui conti pubblici, andrebbe sì diminuito il debito pubblico, ma al contempo andrebbe incentivato il tasso di natalità dei residenti, migliorando le prestazioni a favore dei genitori, e bisognerebbe continuare ad incentivare l’immigrazione, in maniera meno intensa chiaramente, ma programmandola dal punto di vista demografico, con l’obiettivo di arrivare ad una stabilizzazione della piramide demografica in una ventina d’anni.

Ci sono dei rischi ad applicare un tale shock demografico improvviso, non c’è dubbio, ed andrebbero valutati e nel caso mitigati, ad esempio, e soltanto per fare un esempio, potrebbe avere senso iniziare ad applicare la riforma sanitaria assicurativa proposta da Francesco Forti proprio a questi immigrati: “sei laureato? sei nella classe d’età che ci interessa? Se ti paghi l’assicurazione sanitaria, puoi ottenere un permesso di lavoro!” (che poi probabilmente gli costerebbe meno di quanto costi ora ottenerne uno con la corruzione o addirittura farsi trasportare dagli scafisti)

Una volta valutati tutti i rischi, e mitigati per quanto possibile, questa è la strada maestra per risolvere i problemi del paese.

In mancanza di una tale politica di correzione degli squilibri demografici, chiunque dia un’occhiata al grafico sopra, dovrebbe rendersi conto che per tutti gli under 45 residenti nella Repubblica Italiana, il futuro promette e permette soltanto tregende.

Sunday, 24 October 2004

La porta d'Europa

(originally published the 24th October 2004)

Agli inizi del XIX secolo, New York contava circa 79000 abitanti residenti, ed era una tranquilla cittadina molto differente dalla metropoli che ha dominato culturalmente ed economicamente il XX secolo.
Nel 1807 venne affidata ad una commissione di tre saggi (un mercante ex-politico, un topografo ed un avvocato) la redazione del piano urbanistico della città.
Quattro anni dopo venne adottato a New York quello che sarebbe diventato il celeberrimo Commissioner's Plan; firmato da Gouvernor Morris, Simeon De Witt e John Rutherford, adottato nel 1811, è uno degli strumenti urbanistici più visionari, più suggestivi e più fecondi che mente umana abbia mai partorito.
L'isola di Manhattan veniva suddivisa da 155 strade orizzontali (the streets) e 12 enormi viali verticali (the avenues), per un totale poco inferiore ai duemila isolati.
I tre saggi stimarono che quello spazio sarebbe stato sufficiente per circa 400.000 persone, ed anche se non potevano immaginare i grattacieli e le poderose strutture abitative e commerciali che permettono al giorno d'oggi a ben due milioni di persone di vivere in quello stesso spazio, essi ammirevolmente prevedettero per la loro città la possibilità, piuttosto remota ed improbabile per i contemporanei, di quintuplicare i propri abitanti.
Nel 1811 non c'era nulla che lasciasse presagire il grande futuro di New York, il canale per il lago Erie venne iniziato nel 1817 e completato soltanto nel 1825, nessuno immaginava che New York sarebbe diventata il più grande porto del pianeta, la porta delle Americhe per decine di milioni di persone e la vera e propria capitale del pianeta nel secolo successivo.
Già da alcuni anni milioni di persone premono ai confini dell'Europa, sperando di trovare un mezzo, perlopiù lecito ma a volte anche illecito, per oltrepassarli. Queste persone, per una serie innumerevoli di motivi, vorrebbero venire a vivere e lavorare in Europa, dove sperano di poter un giorno prosperare. Fino ad oggi, e dispero che la cosa possa migliorare in futuro, la risposta degli Europei è stata, se non miope, almeno strabica. L'Europa si è trasformata in una sorta di fortezza, tenta di chiudere tutte le sue frontiere, ed ammette al suo interno soltanto un piccolo rivolo di quell'enorme flusso di persone che desidererebbero accedervi, tutto questo quando nel contempo, se non nelle parole almeno nei fatti, l'Europa, non meno che i suoi dirimpettai ad Occidente come ad Oriente, si disinteressa quasi completamente della necessità di adottare delle politiche di sostegno allo sviluppo, di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della gran parte degli abitanti e dei paesi del pianeta. Non ci si faccia ingannare da quanto viene realizzato, per quanto meritevole ed ammirevole, si tratta di una goccia d'acqua in un oceano di disperazione, sfruttamento, ignoranza e completa assenza di speranza.
Lo sviluppo dei paesi del terzo mondo, se mai avverrà, sarà un evento di proporzioni bibliche, e la cui gestione graverà sulle spalle di diverse generazioni, ma l'assicurare una valvola di sfogo per la pressione che attualmente schiaccia i friabili confini d'Europa è invece qualcosa di possibile e realizzabile, a costo di possedere una certa lungimiranza e di riuscire a vedere il futuro con visione non limitata alla punta del nostro naso.
Una delle cose che si potrebbero fare sarebbe quella di creare una New York Europea, una porta d'Europa dove far confluire ogni anno decine di migliaia di immigranti.
L'idea sarebbe quella di scegliere un'area abbastanza estesa e poco urbanizzata, di progettarne una possibile futura espansione prendendo a modello The Commissioner's Plan, con una bella pianta a griglia ortogonale, e come nella New York del XIX secolo iniziare a farla crescere con iniezioni annuali di nuovi cittadini, scelti tra i milioni che premono ai confini d'Europa.
Personalmente ritengo che non vi siano molte aree candidabili per un simile progetto in Europa, ma che la provincia di Trapani, soprattutto per quanto riguarda tutta quella zona bene o male pianeggiante o al limite leggermente collinare che da Trapani si estende fino a Mazara del Vallo, potrebbe essere un gran bel pretendente: geograficamente al centro del Mediterraneo, dotata di ben tre porti naturali, con un aereoporto piazzato strategicamente nella sua zona centrale e con un tasso di urbanizzazione molto basso e comunque non di particolar pregio storico, architettonico o, tralasciando la bellissima via del sale che sarebbe ovviamente da preservare in ogni caso, paesaggistico, potrebbe essere gradualmente popolata da un flusso controllato e selezionato di immigrati desiderosi di vivere e lavorare in Europa. La cosa andrebbe ovviamente progettata con cura e con attenzione, bisognerebbe coinvolgere la popolazione locale ed ottenerne il consenso, nonché riuscire a farla diventare una priorità politica ed economica Europea, ma personalmente ritengo che un progetto di ricolonizzazione urbana da parte di circa 500 mila nuovi cittadini in dieci anni sia, oltre che fattibile, per certi versi auspicabile anche per gli attuali abitanti dell'area, a cui si aprirebbero nuove prospettive economiche ed imprenditoriali altrimenti impensabili, e che si troverebbero ad avere la possibilità di trasformare la propria realtà geografica da fossilizzata periferia dell'Impero a vero e proprio cuore pulsante cosmopolita e multiculturale d'Europa e del Mediterraneo.