Saturday, 9 January 2016

Su imposte aeroportuali e traffico a Palermo

[Risposta data sul forum di Aviazione Civile nel thread Accordo regione Puglia Ryanair 2016]

Il trasporto aereo a mio modo di vedere è gia incentivato molto. Non è abbassando le imposte aeroportuali, che sono diventate una lagna ormai che ci riproponi ad ogni singolo post come se tutti gli utenti fossero francamente degli imbecilli, che risolvi le croniche gestioni ad minchiam di molti gestori aeroportuali (non di AdP che chiude in utile se non sbaglio)

Dire che la gente va in Spagna invece che in Sicilia per colpa dei 10e in più di tasse equivale a dire che il problema di Palermo è il traffico.
Credo di averlo ripetuto mille volte: la gente non va in Spagna invece che in Puglia o Sicilia per colpa dei €10 in più di imposte. Quello che affermo è totalmente diverso, e cioè che quei €10 in più di imposte sono una, e soltanto una, delle ragioni per cui la gente decide di passare le proprie vacanze in alcune località spagnole invece che in Puglia, Sicilia o altrove. Non è detto che si debba per forza incentivare la competizione nel settore turistico di Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria o Campania, il governo e la classe dirigente del paese possono decidere di attuare altre strategie di sviluppo, ma se la strategia prescelta è quella di incentivare il turismo (il celeberrimo "petrolio del mezzogiorno" a sentire i politici meridionali), allora bisogna competere su ogni aspetto, ed uno dei tanti, uno dei tanti, aspetti da curare è quello della divergenza di pressione fiscale sul trasporto aereo, nello specifico la pressione fiscale aeroportuale.

Tra l'altro, io immagino che se andassi nel forum dei fruttivendoli a proporre l'abbassamento dell'IVA sulla frutta e verdura, oppure nel forum dei piccoli azionisti a proporre l'eliminazione dell'imposta di bollo sui depositi titoli, tali proposte verrebbero accolte da cori di amen, quello che sinceramente non comprendo è perché ci sia tanta contrarietà all'abbassamento della pressione fiscale aeroportuale in un forum che si suppone frequentato da gente che lavora o vorrebbe lavorare nel settore che verrebbe naturalmente favorito da una tale misura. Togliere strutturalmente €9,90 ad imbarco al costo di ogni biglietto, €9,90 che ricordiamo vengono pagate a fronte di alcuna controprestazione diretta o indiretta, avrebbe necessariamente l'effetto di favorire strutturalmente lo sviluppo del settore, e quindi la creazione di posti di lavoro.

Guardiamo a quello che fa la Regione Puglia con questo famoso contratto: danno 13,8 milioni di Euro per 1,55 milioni di imbarchi, quindi una sovvenzione di €8,90 a pax, una sovvenzione di cui si avvantaggia un solo vettore, ad personam, politica distorsiva a cui ripeto sono personalmente contrario in questo caso come in quello di TPS o di qualsiasi altro aeroporto. Se si togliessero invece i €9,90 di imposte, a tutti i vettori (volendo, come fecero anni fa in Spagna per un periodo, a quelli che mantenessero o incrementassero il numero di pax), si avrebbe un effetto più strutturale, e certamente meno distorsivo.

Infine, avendo abitato e lavorato per molti anni a Palermo, il traffico è uno dei problemi principali di quella comunità, e probabilmente quello che ha un impatto diretto più visibile nella vita di ogni giorno. Fortunatamente il settore pubblico sta investendo miliardi nel miglioramento del trasporto pubblico locale, vedi passante ferroviario, tram, anello e progetti per nuovi tram e metrò leggere, investimenti che miglioreranno certamente la qualità della vita dei palermitani, e incentiveranno lo sviluppo economico della città.

Impatto della fiscalità aeroportuale nel 2016

[Alcuni miei interventi dal thread "Da Accordo regione Puglia Ryanair 2016" sul forum di Aviazione Civile]


Esiste una soluzione migliore, che non distorce il mercato e non favorisce un attore a scapito degli altri: abbassare i costi aeroportuali, agendo sulla pressione fiscale (non sulle tasse, ma sulle imposte).

Come ci saremmo dovuti aspettare, il governo italiano qualche giorno fa ha invece aumentato le imposte aeroportuali del 38,4%, e del 900% negli ultimi 10 anni, esattamente quello che non serve per incentivare il traffico aereo ed il settore turistico.
Dall'inizio del 2016 questo è quanto incidono le imposte (€9,90 di addizionale "comunale" e IVA sulla stessa) sul costo di imbarco per passeggero, senza che questi riceva in cambio nulla (il resto sono diritti e tasse, per le quali il passeggero riceve controprestazioni) in alcuni aeroporti che servono le comunità siciliane, pugliesi e salentine:

Palermo 38%
Catania 40%
Comiso 48%
Pantelleria 48%
Lampedusa 48%
Reggio Calabria 52%
Bari 53%
Grottaglie 54%
Brindisi 55%
Trapani 56%
Foggia 56%

[da http://www.aviazionecivile.org/vb/showthread.php/137344-Accordo-regione-Puglia-Ryanair-2016?p=1733589&viewfull=1#post1733589]


Io non capisco una cosa, perdonate: perché in questo paese ci sia una sorta di reticenza a fare gare pubbliche
Le gare pubbliche per sovvenzionare un unico vettore distorcono il mercato tanto quanto gli accordi privati.

Per incentivare in modo strutturale il trasporto aereo, senza distorcere il mercato, l'unica strada è abbassare le imposte aeroportuali (soprattutto HB e FN) per tutti i pax e tutti i vettori, perlomeno in quegli aeroporti dove si voglia sostenere lo sviluppo del turismo in entrata.

Ad ogni modo, le gare pubbliche che offrissero ad un vettore sovvenzioni in cambio di quello che vuole il settore turistico, pax dai paesi del nord europa, quando non vanno deserte, vedono un solo vincitore, Ryanair. Per capire il perché basta guardare il CASK di quel vettore e compararlo con quello dei concorrenti su quel segmento di mercato. Il primo vettore che grazie ad una sovvenzione riesce a far diventare economicamente sensata una rotta con il nord Europa è sempre Ryanair, quindi se la sovvenzione non è sufficiente a fare in modo che questo accada, non si presenta nessuno, se la sovvenzione è sufficiente invece si presenta Ryanair, e le offerte degli altri vettori sono necessariamente peggiori. Questo ingenera un circolo vizioso, tanto quanto l'accordo privato con quel vettore dominante.

La maniera di riaprire il mercato è vietare le sovvenzioni ad personam a favore di un singolo vettore, tutti i vettori devono poter giocare ad armi pari.

[da http://www.aviazionecivile.org/vb/showthread.php/137344-Accordo-regione-Puglia-Ryanair-2016?p=1733613&viewfull=1#post1733613]


Ma la natura della legislazione riguardo gli appalti pubblici è proprio evitare distorsioni e favoritismi.
La legislazione che permette gare pubbliche che finiscono a sovvenzionare un concorrente e favorirlo rispetto agli altri, è necessariamente sbagliata, proprio perché introduce una evidente distorsione del mercato.

Metti che ci siano due vettori, ed il vettore 1 abbia un CASK leggermente più basso del vettore 2, il vettore 1 vincerà tutte le eventuali gare per ottenere sovvenzioni, ed il suo CASK si abbasserà sempre di più, mandando prima o poi il vettore 2 fuori mercato.

Questo non è soltanto un problema dell'aviazione civile, questo tipo di sovvenzione devasta il tessuto produttivo e lo sviluppo di tutti i settori in cui viene adottato, proprio perché necessariamente crea figli e figliastri (non parliamo poi quando le decisioni su chi sovvenzionare vengono prese per motivi essenzialmente clientelari).

Un buon legislatore dovrebbe agire proprio per evitare queste situazioni, e quindi dovrebbe essere totalmente impedito di poter sovvenzionare un attore a discapito dei concorrenti. Mi spiace doverlo ripetere per quelli che lo hanno ormai letto tante volte, ma la vera soluzione per incentivare il trasporto aereo civile nel Bel Paese in maniera strutturale ed equa è quella di abbassare la pressione fiscale, in special modo quella aeroportuale.

[da http://www.aviazionecivile.org/vb/showthread.php/137344-Accordo-regione-Puglia-Ryanair-2016?p=1733823&viewfull=1#post1733823]

Imposte statali e sovvenzioni aeroportuali

Negli aeroporti dove Ryanair chiede sovvenzioni, queste sovvenzioni generalmente sembrano particolarmente simili all'ammontare delle imposte richieste dal governo italiano, nella fattispecie alla cosiddetta addizionale "comunale", spesso codificata come HB, che fino alla fine del 2015 incideva per €6,50 a pax imbarcato (€7,15 IVA inclusa) nella maggior parte degli aeroporti italiani, mentre dall'inizio del 2016 il governo ha aumentato fino a €9,00 a pax imbarcato (€9,90 IVA inclusa).

Questa imposta addizionale è "comunale" soltanto tra virgolette, perché fondamentalmente ai comuni sede di sedime aeroportuale vanno soltanto le briciole (lo 0 virgola qualcosa percento). Il grosso finisce all'INPS, nominalmente per pagare le prestazioni dei cassintegrati del settore aviazione (una pratica questa più volte ripresa negativamente dalla Corte dei Conti), ma all'atto pratico a coprire i buchi della gestione INPS attraverso i quali si pagano gli assegni sociali (quindi fondamentalmente l'addizionale è trattata come fiscalità generale, e i pax come vacche da mungere).

A quanto pare vettori come Ryanair non vedono di buon occhio il dover essere costretti ad agire come sostituti d'imposta per pagare gli sbagli manageriali di loro ex concorrenti tricolori ormai defunti, o quasi, per cui per aprire rotte chiedono a diversi aeroporti cifre pari a quelle che lo Stato italiano gli richiede di pagare per questa imposta addizionale, ed a me personalmente pare anche una decisione comprensibile, e.g. è pacifico che il pax debba pagare diritti e tasse per le quali riceve controprestazioni, ma non si capisce il motivo per cui, soprattutto in bacini dove il trasporto aereo dovrebbe in teoria essere incentivato, e penso non solo alla Sicilia, ma anche a Puglia, Sardegna, Calabria o Campania, il legislatore, ed immagino soprattutto il governo, trovi possa essere sensato imporre simili balzelli, che si traducono necessariamente in una contrazione strutturale del traffico aereo e dello sviluppo economico da questo generato.

Invece di gare pubbliche che alla fine favoriscono un solo vettore, oppure, come fanno in aeroporti come Trapani Birgi, di accordi privati con una emanazione più o meno diretta di un solo vettore, interventi entrambi distorsivi del mercato, avrebbe senso diminuire la pressione fiscale aeroportuale per tutti i vettori, in maniera equa, in modo da rendere gli aeroporti italiani più appetibili rispetto ai concorrenti del bacino Euromediterraneo.

Ricordo infine che dato che l'addizionale è una flat tax, è cioè sempre la stessa cifra quale che sia il costo del biglietto, questa è una imposta regressiva, colpisce maggiormente i biglietti meno cari, e di conseguenza colpisce maggiormente i piccoli aeroporti, che hanno generalmente fattori di riempimento inferiori, e contribuisce in maniera piuttosto evidente a mandare fuori mercato molte delle potenziali rotte dei vettori low cost da questi aeroporti.

[originalmente pubblicata sul forum di AC]

Thursday, 24 September 2015

Relazione illustrativa pdl Commissione parlamentare su crimini bancari

Il testo seguente è la relazione illustrativa al progetto di legge per l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti delle banche, anche straniere, e sulla vigilanza della Banca d’Italia firmato da Dalila Nesci (M5S). Per i termini di redistribuzione si prega di consultare la relativa licenza Creative Commons.

Relazione illustrativa pdl Commissione parlamentare su crimini bancari

Risparmio e lavoro: ruolo e interconnessione

Il risparmio e il lavoro sono fondamenti dell'economia e della vita. Essi costituiscono le basi del futuro di tutte le generazioni e categorie. Ciononostante, diverse banche commerciali hanno intaccato l'uno e condizionato l'altro, con motivazioni illegittime decurtando somme di denaro ai correntisti.

Gli abusi nell'esercizio dell'attività bancaria

Gli abusi in argomento sono comprovati. Per la cronaca, nell'ambito del procedimento cosiddetto «Brontos», già pendente a Milano, la banca Unicredit risulta sotto accusa per frode ed evasione fiscale, con i manager consapevoli – secondo il giudice per le indagini preliminari – delle responsabilità penali derivanti dalle loro azioni. A proposito, invece, della cosiddetta «scalata di Antonveneta» (poi acquisita da Monte dei Paschi di Siena), dalle ricostruzioni della magistratura scaturì che la Banca popolare di Lodi addebitò ai suoi clienti una somma prossima a 50 euro allo scopo di incamerare le risorse necessarie alla predetta operazione finanziaria, poi prelevando importi da rapporti intestati a correntisti deceduti. In quanto, invece, alla non remota scalata di Bnl da parte di Unipol, il tribunale di Milano ebbe a rappresentare che si trattò di «manipolazione di tipo sistemico», con l'aggiunta che «a mettere in piedi una cordata raccogliticcia fu il Governatore di Bankitalia», il quale «non era un organismo di vigilanza ma uno dei giocatori in campo».
A questo ultimo riguardo si ricorda che il suddetto Governatore fu destinatario, riporta la sentenza di condanna, depositata il 28 maggio 2011, di pena «ben al di sopra del minimo edittale», «in considerazione della gravità dei fatti addebitati» e «del ruolo rivestito dall'imputato, soggetto apicale all'interno di Banca d'Italia».
Il 24 ottobre 2011 iniziò la cosiddetta «truffa del Madoff dei Parioli», di valore superiore a 300 milioni di euro, dopo di che – nel febbraio 2013 – le parti civili appellarono la sentenza penale di condanna per l'esclusione di responsabilità in capo a Banca d'Italia e Consob, in relazione ai controlli previsti.
Ancora, è riconosciuto dalla magistratura che istituti di credito applichino spese e commissioni ritenuti illegali, modificando poi le condizioni contrattuali con il cosiddetto «ius variandi», sicché il contraente privato risulta, anche a giudizio dell'Autorità Garante della concorrenza, la parte più debole. C'è da aggiungere che recenti, disponibili statistiche sull'arbitrato bancario rappresentano che le vertenze trattate si concludono con il riconoscimento delle ragioni del cliente e il rimborso delle somme illegalmente sottratte, in oltre il 60 per cento dei casi. La stessa Autorità, per esempio nella AS496 del 2 febbraio 2009, ha ribadito che l'obiettivo da perseguire è l'esistenza di mercati correttamente regolati, nei quali deve essere rigoroso il rispetto della legalità, poiché un ristretto gruppo di persone ha finora condizionato le scelte e imposto le strategie del sistema bancario.

Riforma del reato di usura e vigilanza di Banca d'Italia

Come noto, la legge n. 108 del 1996 ha in parte riformato l'articolo 644 del codice penale, disponendo che «la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurai» e che per la determinazione del tasso soglia (TEG, tasso effettivo globale) si tiene conto «delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito».
Ora, la Banca d'Italia ha il compito di vigilare sul sistema bancario e creditizio. La stessa è – secondo la legge bancaria del 1936 – istituto di diritto pubblico, il che è ripetuto nella sentenza n. 16751/2006 della Corte di Cassazione. Tuttavia, tale condizione si riferisce in sostanza a un mero ambito operativo, visto che le quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia sono per il 94,33 per cento di banche e assicurazioni private e, per il restante 5,66 per cento, di enti pubblici.
La riferita ripartizione delle quote pone alla base un reale, oggettivo, problema di fondo, insuperabile nonostante la legge e il diritto, rispetto alla concreta autonomia dell'Istituto nella vigilanza che gli compete.

Dicotomia tra disciplina pubblica sull'usura e circolari della Banca d'Italia

Nella pratica, contrariamente al dettato della legge e informandosi alle circolari della Banca d'Italia, le banche hanno spesso escluso dal calcolo del TEG le commissioni di massimo scoperto e altre spese, senza considerare l'effetto dell'anatocismo e dell'interrogazione e postergazione delle valute.
A titolo di esempio, in Italia vi sono 85 milioni di rapporti bancari, secondo la dottoressa Anna Maria Tarantola, vicedirettore di Banca d'Italia, nell'intervento alla Ventennale dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, tenuto il 19 marzo 2010. Se, anche in apparente buona fede, si addebitassero 10 euro a trimestre per ogni rapporto, si avrebbe un trasferimento di ricchezza di 3,4 miliardi di euro per anno. Visto che nel sistema italiano quattro banche detengono il 50 per cento di tali rapporti, con un semplice errore di 10 euro si trasferirebbero nelle casse – e conseguentemente nelle tasche di qualcuno, presto individuabile – 1,7 miliardi di euro per anno.
C'è da dire che le rammentate circolari della Banca d'Italia hanno soltanto fini statistici, come chiarito dallo stesso ente in una nota di risposta a un privato (prot. n. 0849617/11 del 14 ottobre 2011) e confermato dal tribunale di Alba nella sentenza del 18 dicembre 2010, estensore magistrato dottor Luca Martinat, per cui «al fine dell'individuazione elemento oggettivo del reato di usura, le istruzioni della Banca d'Italia non assumono carattere vincolante per il giudicante, il quale conserva sempre il potere di sindacare la correttezza e la conformità delle predette istruzioni al dettato legislativo».

Elementi di giurisprudenza sull'usura

È bene riassumere, dunque, alcuni elementi di giurisprudenza riguardanti l'argomento in parola. La Corte di cassazione, nella pronuncia n. 12028 del 19 febbraio 2010 – e in maniera analoga nella sentenza del 14 maggio 2010, n. 28743 – ha esplicitato che «il tenore letterale del comma 4 dell'articolo 644 del codice penale impone di considerare rilevanti, ai fini della determinazione della fattispecie di usura, tutti gli oneri che un utente sopporti in connessione con il suo uso del credito». Con pronuncia a Sezioni Unite n. 24418 del 2 dicembre 2010, la Corte di cassazione ha stabilito la definitiva nullità di ogni forma di capitalizzazione degli interessi per contrasto con l'articolo 1283 del codice civile, quindi, con sentenza n. 9695/2011, ha ribadito che è «illegittima la capitalizzazione trimestrale degli interessi sui saldi di conto corrente bancario passivo per il cliente».

Il problema delle valute fittizie

In quanto, invece, alle «valute fittizie», esse possono qualificarsi come espediente per allungare i giorni di prestito di somme e ridurre quelli di deposito, per quanto desumibile dalla sentenza di Cassazione n. 13143 del 10 settembre 2002, in cui, in materia di revocatoria fallimentare, è scritto che «la copertura o meno del conto va accertata con riferimento al saldo disponibile, quanto agli addebiti degli assegni tratti sul conto corrente, in ragione delle epoche della loro registrazione da parte della banca, e non al saldo per valuta».

La vicenda paradigmatica dell'usura subita dal gruppo De Masi

Tra i tanti casi di usura registrati dalla cronaca, si può qui ricordare – ad argomentare la necessità e l'urgenza di un intervento parlamentare deciso in materia di usura e altri illeciti bancari – quello che ha coinvolto le aziende dell'imprenditore calabrese Antonino De Masi, impegnato nella promozione della legalità anche con l'associazione «Libera» di don Luigi Ciotti, hanno patito condotta usuraia da Banca di Roma, Bnl e Banca Antonveneta. La Corte di cassazione, con decisione n. 46669/11 del 23 novembre 2011, ha stabilito la presenza del riferito reato, ritenendo presidenti e consigli di amministrazione coinvolti negli sforamenti nell'usura e stabilendo, ai fini risarcitori, che l'azione civile potrà essere espletata contro gli istituti di credito, benché non accertato il responsabile penale della condotta illecita. Lo stesso imprenditore De Masi ha denunciato alla magistratura quanto capitatogli, utilizzando l'espressione «disegno criminale». De Masi, inoltre, è da tempo nel mirino della ’ndrangheta (si veda altro atto di sindacato ispettivo, n. 4-00294 del 29 aprile 2013) e, come raccontato dalla stampa, è stato persuaso dai tutori dell'ordine a continuare l'esercizio d'impresa in Calabria quale simbolo di resistenza alle pressioni mafiose, sul presupposto che lo Stato in quanto legge, giustizia e forza pubblica possa sconfiggere l'antistato criminale.
La storia di questo imprenditore appare come paradigmatica della gravità della situazione in tema di lavoro, credito bancario e depressione economica del Mezzogiorno, nonché dell'urgenza di tutelare in Italia il risparmio come interesse pubblico, secondo l'articolo 47 della Costituzione; a partire, si anticipa, dall'istituzione di una apposita Commissione parlamentare d'inchiesta che accerti i comportamenti delle banche nella loro attività di intermediazione. L'attività di tale Commissione dovrebbe unire le forze politiche, stante, soprattutto, la gravità dell'attuale scenario economico e finanziario.

I servizi della tv generalista su reati bancari

Altra vicenda inquietante sul comportamento bancario è quella resa pubblica dall'inviato Moreno Morello della trasmissione Mediaset Striscia la notizia nella puntata del 4 giugno 2013. In una comunicazione delle associazioni sindacali dei dipendenti di un noto istituto di credito, trattando di utile il banchiere estensore fa riferimento a dati positivi e poi a «manovre che daranno i loro frutti nei trimestri successivi, nella misura in cui» «i colleghi delle filiali riusciranno a limitare i rimborsi, contenere le riduzioni ed evitare la chiusure dei conti». Morello ha affrontato i temi degli illeciti bancari in altre puntate della medesima trasmissione televisiva, precisamente il 29 aprile 2013, il 27 maggio 2013 e l'undici giugno 2013, nell'ultimo caso trattando della variabilità, ex abrupto e arbitraria, delle condizioni di conto correnti in relazione al cliente. Non è tutto.
Nella puntata del 2 giugno 2013 della trasmissione Mediaset Le Iene, l'autore Luigi Pelazza ha trattato l'usura bancaria nei mutui, peraltro intervistando il direttore centrale di Banca d'Italia, Carmelo Barbagallo, il quale non ha risposto circa la nullità – ex articolo 1815 del codice civile, modificato dalla Legge n. 108 del 1996 – dei contratti con interessi usurari.
In sintesi, i riferiti filmati costituiscono documenti obiettivi di prassi bancarie spregiudicate, senza corrispondenti rimedi, sanzioni e correttivi delle Autorità.
In quanto al cosiddetto «ius variandi», si tratta di pratica dichiarata illegittima dalla giurisprudenza; per esempio nella sentenza del tribunale di Rimini del 22 agosto 2011, che ha inibito alla banca l'applicazione del tasso d'interesse da questa cambiato unilateralmente.

Illeciti bancari: fonti giornalistiche e istituzionali

Proseguendo nella carrellata degli episodi in fatto di illeciti bancari, va rammentato il procedimento per frode fiscale di Unicredit, che vide il sequestro da parte del giudice per le indagini preliminari di Milano di 245 milioni di euro. Nel relativo atto, vi sono passaggi sulla consapevolezza delle proprie azioni da parte degli imputati.
In ordine, poi, ai rapporti di istituti di credito con il Fisco, Il Corriere della Sera del 3 dicembre 2011 riportò che Monte dei Paschi di Siena sanò la propria posizione versando 260 milioni di euro, mentre Il Sole 24 Ore del 13 dicembre 2011 rese noto un contenzioso definito da Intesa San Paolo per 270 milioni di euro e, nel numero del 3 febbraio 2012, informò di ulteriori vertenze delle banche, per un importo di 3 miliardi di euro.
A conforto del ragionamento svolto finora sugli illeciti e i corrispondenti ricavi delle banche, bisogna evidenziare che il costo dei servizi bancari italiani è il più caro d'Europa, secondo rilevazione del Centro studi dell'associazione artigiani Cgia di Mestre, pubblicata da Il Corriere della Sera del 31 maggio 2009. Secondo un'analisi di Il Sole 24 Ore, pubblicata nel numero del 18 febbraio 2008, i servizi bancari sono aumentati in Italia del 101,2 per cento negli ultimi anni. Il quotidiano Il Corriere della Sera del 7 ottobre 2010 riportò la notizia che «negli ultimi dieci anni le banche hanno erogato ai propri azionisti circa 90 miliardi di euro», a distanza di qualche mese, nel numero del 10 gennaio 2011, ammonendo, riguardo all'estratto conto, di stare «attenti alle voci nascoste». La testata economica Italia Oggi, nel numero del 1° maggio 2011, sottolineò che «i costi bancari affossano le piccole e medie imprese». Infine, il Garante per la sorveglianza dei prezzi dichiarò il 9 marzo 2011 d'aver ricevuto numerose segnalazioni circa disservizi, opacità, mancanza di trasparenza e chiarezza, moltiplicazione sovente incomprensibile delle voci di costo per i conti correnti.

CMS, istruzioni di vigilanza, controlli, inchieste e sentenze

Altro aspetto è l'utilizzo della commissione di massimo scoperto (CMS), a cui le banche fecero largo ricorso. Lo stesso fu riconosciuto in giudizi penali – la medesima Commissione dissociata dal calcolo degli interessi – quale espediente per aggirare la legge e ottenere maggiori profitti a danno dei clienti. Per un'idea quantitativa, nei bilanci bancari la CMS ha rappresentato nel 1997 il 4,48 per cento dei ricavi complessivi degli istituti di credito, arrivando nel 2005 al 13,52 per cento (rilevazione Banca d'Italia, in atti parlamentari del Senato della Repubblica, n. 1123), per raggiungere, secondo le associazioni dei consumatori, valori intorno ai 40 miliardi di euro annui, cioè il 25-30 per cento dei ricavi totali delle banche.
Nelle istruzioni di vigilanza per le banche (circolare della Banca d'Italia n. 229 del 21 aprile 1999 e successivi aggiornamenti) è articolato il sistema dei controlli interni, che prevede la funzione (compliance) di conformità alle leggi dello Stato (circolare n. 688006 del 10 luglio 2007), il sistema informatico «ALMs» per controllare la variabile tassi e margini di intermediazione bancaria, compresi gli utili presunti, una proiezione nell'anno e la possibilità per consiglio di amministrazione e presidente di agire immediatamente sulle politiche dei prezzi. Si aggiungono ai detti controlli il «risk management» per valutare i rischi operativi e il «D.I.P.O.» (database italiano delle perdite operative), con la distinzione della tipologia delle perdite per tipo di evento. Emerge, da un'analisi dei dati raccolti e pubblicati sul sito dell'ABI, che nel periodo gennaio 2003-giugno 2008 il 25 per cento del numero delle perdite, causa del 44 per cento del totale delle perdite operative, è stato dato dalle inadempienze relative a obblighi professionali verso i clienti, che includono comportamenti attuati con l'animo di frodare, aggirare la normativa o le policy aziendali da soggetti che operano per sé o per vantaggio della banca.
L'indagine conoscitiva IC36 dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, pubblicata nel marzo 2009, ha rimarcato il peso degli «intrecci personali e azionari fra concorrenti senza paragoni in Europa» e dei gravi conflitti di interesse tra istituti di credito, che comportano un «affievolimento delle dinamiche competitive», rendendo conto dello squilibrio nel mercato del Paese. Con la AS496 del 2 febbraio 2009, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha richiesto – ai Presidenti del Senato e della Camera, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Governatore di Banca d'Italia e al Presidente della Consob – interventi contro le distorsioni del mercato, in modo da assicurare il recupero della reputazione del sistema bancario. Nella segnalazione n. 57 del 29 dicembre 2009, la suddetta Autorità ha dedotto un aumento dei costi di 15 volte, per i conti in rosso, rispetto alla commissione di massimo scoperto. Nell'audizione alla Commissione finanze della Camera dei deputati del 7 maggio 2009 e nella successiva del 21 aprile 2010, il Presidente della summenzionata Autorità ha riferito di una serie di criticità, tra cui l'aumento delle spese trimestrali con differenze, fra vecchio e nuovo sistema, variabili dal 37 per cento al 1600 per cento. Sempre la predetta Autorità ha, nella lettera del 16 aprile 2010 (prot. n. 0026896) – indirizzata al direttore centrale dell'area vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia – ha cristallizzato il livello del costo del denaro in Calabria, in sostanza pari al 25-30 per cento e senza eguali nel mondo occidentale, certificando l'usura nei confronti del gruppo aziendale del già citato Antonino De Masi. In definitiva, vi sono già state iniziative istituzionali che suggeriscono modifiche del sistema di vigilanza e controllo dell'attività delle banche.
In quanto alla commissione di massimo scoperto, vale precisare che fu eliminata nel 2009, sostituita con altre e più pesanti forme di addebito, come già rappresentato 15 volte più onerose.
Per avere ancora un'idea delle irregolarità in argomento, secondo un rapporto della Banca d'Italia del 2009, gli esposti, negli ultimi cinque anni, ammontano a 29.000, su violazioni della norme del testo unico bancario, commissioni e spese sproporzionate, applicazione di tassi non pattuiti o superiori a quelli reclamati tramite fogli informativi. Il tribunale di Lanciano, sentenza n. 804/09, ha condannato una banca a un rimborso di 1.390.000 euro. Con la sentenza n. 77/2010 del tribunale di Ortona, sezione staccata di Chieti, una banca è stata condannata alla restituzione di circa 530.000 euro. La sentenza n. 246/10 del tribunale di Lecce, sezione di Maglie, ha disposto un risarcimento di oltre 270.000 euro a favore di un cliente. Con la sentenza n. 252/10, il tribunale di Chieti ha condannato una banca al rimborso di 146.000 euro verso un cliente. Nel 2010, il tribunale di Lecce ha condannato un istituto di credito a rimborsare a un imprenditore la cifra di circa 3 milioni di euro. Il tribunale di Sassari, con sentenza del 6 luglio 2011, ha riconosciuto a un imprenditore un rimborso di un milione di euro contro Bnl, sicché l'analisi complessiva smentisce che si tratti di casi isolati. La nota vicenda del buco del Monte dei Paschi di Siena ha portato al sequestro di 1,8 miliardi di euro nei confronti della banca giapponese Nomura e la procura senese ha ipotizzato per gli ex vertici dell'istituto toscano i reati di truffa e usura aggravata in relazione al derivato Alexandria, ai medesimi sequestrando circa 14 milioni e mezzo di euro, per quanto ha riportato la stampa italiana. In un post del 16 dicembre 2010 pubblicato sul blog di Beppe Grillo, si diede contezza della situazione del Banco Emiliano Romagnolo, con congelamento in entrata e in uscita dei conti correnti – che, si precisa, non sono di proprietà della banca – per effetto un provvedimento di Banca d'Italia del 7 dicembre 2010. Su Il Corriere della Sera del 21 giugno 2013, in un articolo è affrontato l'argomento del costo del conto corrente, ma ad oggi non risulta compiutamente accertata dallo Stato la legalità delle voci correlate.

I danni all'economia reale e l'inefficacia di Banca d'Italia

La storia repubblicana è segnata da gravissime vicende riguardo alle banche, con opacità dei rapporti tra i vertici e poteri esterni (crack finanziario del Banco Ambrosiano), e da omissione di controlli rispetto allo stato reale di imprese (crack Parmalat), con pesanti ricadute, gravemente lesive della vita umana, nei confronti di piccoli risparmiatori e investitori. A un eventuale reato di usura nell'esercizio dell'intermediazione bancaria potrebbero legarsi, in svariati casi, ulteriori gravi reati; per esempio riciclaggio, falso in bilancio, false comunicazioni societarie, appropriazione indebita, turbativa del libero mercato, estorsione, false attestazioni et coetera.
L'aspetto che più emerge dalla lunga elencazione – qui svolta – di vicende illecite è che vari istituti di credito hanno compiuto in libertà dei reati molti gravi, come truffa e usura, nonostante gli organi di controllo. Dov'era la Banca d'Italia, sulla cui autonomia si fonda la tutela del valore monetario di fatiche, sacrifici e rinunce individuali? Che cosa sapeva la Banca d'Italia di pesanti distorsioni del credito, contrarie al bene pubblico? E, soprattutto, è sufficiente tale autonomia, se la Banca d'Italia è, per oltre il 90 per cento, di proprietà delle banche su cui la medesima ha il compito di vigilare?

Tutelare impresa e correntisti, che fanno sopravvivere le banche

Ogni giorno ci sono imprenditori che rischiano di chiudere, famiglie che potrebbero precipitare nello sconforto e nella disperazione, attività e redditi che si perdono per l'assenza di uno Stato realmente pronto ed efficace. Non c’è risposta alle richieste di risarcimento delle vittime; gli usurati dalle banche sono costretti ad aspettare il giudizio civile per recuperare i loro soldi e ricevere il corrispettivo dei danni subiti. Nel frattempo, molti vendono beni propri per sopravvivere, con la speranza di essere compensati alla fine di uno sfiancante iter burocratico.
Tutti i discorsi sulla crescita e sull'economia sono vuoti, se la Repubblica non protegge il risparmio privato, se lo lascia all'arbitrio e all'appetito di poteri che sfruttano vecchi rapporti di forza, certi che la sanzione non sarà pari al reato e ai suoi più pesanti effetti, o magari non arriverà mai.
La memoria collettiva sul caso del Monte dei Paschi di Siena è ancora forte; inoltre nessuno ha dimenticato il crack della Parmalat. Le due vicende mostrarono la debolezza e l'insufficienza dei sistemi dei controlli, su cui facevano affidamento tante persone comuni: operai, artigiani, dipendenti, piccoli risparmiatori e investitori. Ciascuno deposita in banca, per motivi di sicurezza e praticità, convinto che i propri averi non si possano tenere sotto il cuscino, dentro il materasso o in cassaforte; chi chiede prestiti bancari, sa che pagherà interessi, sicché è disposto ad affrontarne gli oneri. Le banche, però, non possono sfruttare la situazione, innanzitutto perché non esisterebbero senza i soldi dei privati.

Le dimensioni degli illeciti e la tutela costituzionale del risparmio

La relazione sull'attività dell'Arbitro bancario finanziario riguardante l'anno 2012, riporta, a pagina 26, che il 65 per cento dei 4.303 ricorsi decisi, ha avuto un esito favorevole per il cliente – il dato parla da sé – rispetto al comportamento di non poche banche, peraltro soccombenti anche in sede civile.
Con sentenza del 2000, la Corte di Cassazione ha chiarito che la tutela del risparmio è interesse pubblico, riconosciuto in Costituzione dell'articolo 47. Questo significa che, al di sopra delle varie competenze amministrative, c’è la tutela che si deve ai risparmiatori, tanto più alla luce di procedimenti che coinvolgono responsabilità bancarie per frode ed evasione fiscale, con manager consapevoli, secondo i magistrati, delle specifiche responsabilità penali. Come più sopra ricordato, in alcuni casi ai clienti furono rivolti addebiti impropri, utili a cumulare risorse da impiegare in scalate finanziarie. È storia, purtroppo; vennero prelevati importi, perfino da conti intestati a soggetti defunti, deceduti. Siamo a un punto di non ritorno, specie se rimane il dubbio indotto dalle cronache che pure il governo della Banca d'Italia abbia potuto permettere certe infrazioni.

L'autonomia “viziata” di Banca d'Italia

Finora i Governi hanno rinviato il problema della tutela del risparmio privato all'autonomia della Banca d'Italia e al suo perimetro formale. Si tratta di un'autonomia concepita nel 1926, modificata nel 1936 e fissata nel 1993, esattamente nel testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, aggiornato con decreto legislativo del 2012. In particolare, tale autonomia è concentrata nell'articolo 4 del citato TUB (Testo unico bancario), per cui: «la Banca d'Italia, nell'esercizio delle funzioni di vigilanza, formula le proposte per le deliberazioni di competenza del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio». Giova dire che il Comitato è composto dal Ministro dell'economia e delle finanze, che lo presiede, e dai Ministri delle politiche agricole, alimentari e forestali, dello sviluppo economico e degli affari europei. Bisogna poi sottolineare che l'azione disciplinare di questo organismo è subordinata all'iniziativa della Banca d'Italia.
Le norme sull'area d'intervento della vigilanza sono articolate al titolo III del ricordato testo unico, per cui la Banca d'Italia ha la facoltà di proporre provvedimenti rispetto all'operato delle banche. È proprio così; benché siamo nell'anno 2013, in un contesto di corruzione e spregiudicatezza dominanti, cause di un'economia di creta. Il sistema ha, dunque, dei limiti in principio, poiché la Banca d'Italia, le cui quote sono prevalentemente di banche e assicurazioni private, ha il potere di vigilare nell'indipendenza – ex articolo 19 della legge n. 262 del 2005 – e irrogare sanzioni amministrative, come stabilisce l'articolo 24 della predetta legge.
Rimanendo nel rispetto istituzionale, non si può non osservare che Intesa, Unicredit e Assicurazioni Generali sono i soggetti con più voti in Banca d'Italia, sicché determinano, nei fatti, il consiglio superiore, che per statuto esprime parere per la nomina del governatore e, su proposta di questi, nomina il direttore generale. Questo significa che non vi sono oggettivi presupposti d'imparzialità per la vigilanza assegnata alla Banca d'Italia. I cittadini devono invece ricevere tutte le rassicurazioni.

Il parlamento come garante del risparmio privato

Pertanto, è fondamentale rivedere l'intero sistema e attribuire al Parlamento, in ragione della sua rappresentanza, il potere di verificare la correttezza della condotta delle banche. Serve una specifica Commissione d'inchiesta. Infatti, è riconosciuto che istituti di credito applichino spese e commissioni ritenute illegali, modificando poi le condizioni contrattuali. Perciò il contraente privato risulta, anche a giudizio dell'Autorità garante della concorrenza, la parte più debole.
Quanto esposto per ribadire l'urgenza di bloccare le banche che truffano i clienti e la necessità di avere un meccanismo di risarcimento che sia rapido ed efficace. Occorre ricondurre a un quadro di normalità la prosecuzione dell'attività di intermediazione bancaria che potrebbe rivelarsi, in caso di mancate verifiche, di indifferenza del Governo e del Parlamento, la più grande truffa di tutti i tempi, anche a stima della situazione economica e finanziaria in cui attualmente si trova il Paese nel quadro globale.
Per realizzare gli obiettivi sopra espressi, è dunque essenziale restituire al parlamento la sua funzione di controllo, con l'istituzione di una commissione d'inchiesta, per la durata della XVII legislatura, istituita ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione. Detta commissione dovrà occuparsi degli illeciti delle banche commerciali, anche straniere in quanto operanti nel territorio nazionale, e sul comportamento di Banca d’Italia riguardo alle proprie funzioni di vigilanza, con i seguenti compiti:
a) verificare l’attuazione del Testo Unico Bancario di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993 n. 385 e successivi aggiornamenti, in ordine alla vigilanza articolata nel titolo III;
b) verificare il rispetto della normativa in materia bancaria riguardo a casi segnalati da correntisti, investitori e più in generale depositari di somme proprie o beneficiari di prestiti a qualunque titolo, al fine di assicurare la tutela del risparmio come interesse pubblico, preservando i medesimi da ogni perdita di capitale derivante da illecito o da qualsivoglia comportamento ingannevole;
c) indagare come e con quali risultati gli organi di vigilanza siano intervenuti, a proposito delle vicende segnalate alla Commissione ovvero esaminate dalla medesima su iniziativa autonoma, circa la determinazione dei tassi d’interesse contra legem, l’anatocismo e ogni sistema di calcolo e comportamento tendenti ad aggirare le disposizioni di legge, circa le cosiddette «valute fittizie», lo ius variandi, le trattenute illecite di rimborsi, la modificazione improvvisa e unilaterale delle condizioni di conto, i contratti di mutuo con interessi usurari, l’indeterminatezza delle condizioni contrattuali praticate dalle banche, la gestione della centrale dei rischi in merito alle posizioni di sofferenza e circa ogni tipo di comportamento al di fuori della legge;
d) segnalare all’autorità giudiziaria i casi riconosciuti di usura bancaria e alla Banca d’Italia la non corretta determinazione del TEG (Tasso Effettivo Globale) da parte delle banche commerciali, tenendo conto delle commissioni, delle remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito;
e) richiedere alla Guardia di Finanza verifiche dei software gestionali delle banche commerciali per la rilevazione delle operazioni di versamento e prelievo, l’annotazione di spese e valute e la rendicontazione trimestrale del saldo;
f) indagare sulle situazioni di concentrazione e/o commistione di poteri nell’ambito del sistema di vigilanza delle banche e sulle vicende di ostacolo alla stessa vigilanza, segnalate o di dominio pubblico, verificando l’esercizio concreto del potere di Banca d’Italia di cui all’art.19 della legge n. 262/2005 e le sanzioni amministrative irrogate ex art. 24 della stessa legge;
g) indagare, in relazione al ristoro per le vittime di reati riconducibili all’attività bancaria, sull’esistenza di società mandatarie eventualmente costituite per evitare o ritardare i risarcimenti dovuti;
h) indagare sulla cartolarizzazione, segnalata alla Commissione, di debiti derivanti da illeciti bancari per i quali sia intervenuta sentenza favorevole al cliente;
i) indagare sull’applicazione di cosiddette «commissioni d’istruttoria veloce» od analoghe o similari, eventualmente applicate in caso di scoperto, per quanto riguarda la quantificazione del tasso usurario nei casi sottoposti alla Commissione;
l) richiedere a Banca d’Italia, secondo motivate necessità della Commissione, tutti gli elementi utili per la verifica del corretto funzionamento del sistema dei controlli interni della singola banca commerciale; 
 
m) verificare l’impatto negativo, sotto i profili economico e sociale, degli illeciti bancari o similari sul sistema produttivo, con particolare riguardo alla libertà di accesso al sistema creditizio e finanziario, alla trasparenza dei rapporti bancari e al rispetto della sovranità monetaria enucleabile dall’art. 1 della Costituzione;

n) verificare la congruità della normativa e delle procedure amministrative vigenti per la prevenzione e il contrasto degli illeciti bancari, nonché per un veloce risarcimento delle vittime e per il loro accesso rapido alle provvidenze pubbliche.

Legge
"Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti delle banche, anche straniere, e sulla vigilanza della Banca d’Italia"

Art. 1

(Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti delle banche e sulla funzione di vigilanza di Banca d’Italia)
  1. È istituita per la durata della XVII legislatura, ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione, una Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti delle banche anche straniere in quanto operanti nel territorio nazionale e sulla verifica del corretto esercizio delle proprie competenze svolto dalla Banca d’Italia, con i seguenti compiti:
    a) verificare l’attuazione ed il pieno rispetto della disciplina in materia di vigilanza di cui al Titolo III del decreto legislativo 1° settembre 1993 n. 385 e successive modifiche e integrazioni
    b) verificare il rispetto della normativa vigente riguardo a casi segnalati da correntisti, investitori e più in generale depositari di somme proprie o beneficiari di prestiti a qualunque titolo, al fine di assicurare la tutela del risparmio come interesse pubblico, preservando i medesimi da ogni perdita di capitale derivante da illecito o da qualsivoglia comportamento ingannevole;
    c) indagare come e con quali risultati gli organi di vigilanza siano intervenuti, a proposito delle vicende segnalate alla Commissione ovvero esaminate dalla medesima su iniziativa autonoma, circa la determinazione dei tassi d’interesse contra legem, l’anatocismo e ogni sistema di calcolo e comportamento tendenti ad aggirare le disposizioni di legge, circa le cosiddette «valute fittizie», lo ius variandi, le trattenute illecite di rimborsi, la modificazione improvvisa e unilaterale delle condizioni di conto, i contratti di mutuo con interessi usurari, l’indeterminatezza delle condizioni contrattuali praticate dalle banche, la gestione della centrale dei rischi in merito alle posizioni di sofferenza e circa ogni tipo di comportamento al di fuori della legge;
    d) segnalare all’autorità giudiziaria i casi riconosciuti di usura bancaria e alla Banca d’Italia la non corretta determinazione del TEG (Tasso Effettivo Globale) da parte delle banche, tenendo conto delle commissioni, delle remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito;
    e) richiedere alla Guardia di Finanza verifiche dei software gestionali delle banche per la rilevazione delle operazioni di versamento e prelievo, l’annotazione di spese e valute e la rendicontazione trimestrale del saldo;
    f) indagare sulle situazioni di concentrazione e/o commistione di poteri nell’ambito del sistema di vigilanza delle banche e sulle vicende di ostacolo alla stessa vigilanza, segnalate o di dominio pubblico, verificando l’esercizio concreto del potere di Banca d’Italia di cui all’art.19 della legge n. 262/2005 e le sanzioni amministrative irrogate ex art. 24 della stessa legge;
    g) indagare, in relazione al ristoro per le vittime di reati riconducibili all’attività bancaria, sull’esistenza di società mandatarie eventualmente costituite per evitare o ritardare i risarcimenti dovuti;
    h) indagare sulla cartolarizzazione, segnalata alla Commissione, di debiti derivanti da illeciti bancari per i quali sia intervenuta sentenza favorevole al cliente;
    i) indagare sull’applicazione di cosiddette «commissioni d’istruttoria veloce» od analoghe o similari, eventualmente applicate in caso di scoperto, per quanto riguarda la quantificazione del tasso usurario nei casi sottoposti alla Commissione;
    l) richiedere a Banca d’Italia, secondo motivate necessità della Commissione, tutti gli elementi utili per la verifica del corretto funzionamento del sistema dei controlli interni della singola banca; 
 
    m) verificare l’impatto negativo, sotto i profili economico e sociale, degli illeciti bancari o similari sul sistema produttivo, con particolare riguardo alla libertà di accesso al sistema creditizio e finanziario, alla trasparenza dei rapporti bancari e al rispetto della sovranità monetaria enucleabile dall’art. 1 della Costituzione;

    n) verificare la congruità della normativa e delle procedure amministrative vigenti per la prevenzione e il contrasto degli illeciti bancari, nonché per un veloce risarcimento delle vittime e per il loro accesso rapido alle provvidenze pubbliche.

Art. 2

(Composizione della Commissione)
  1. La Commissione è composta da quindici senatori e quindici deputati, scelti rispettivamente dal Presidente del Senato della Repubblica e dal Presidente della Camera dei deputati, in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari, comunque assicurando la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo esistente in almeno un ramo del Parlamento. I componenti sono nominati anche tenendo conto della specificità dei compiti assegnati alla Commissione. I componenti della Commissione dichiarano alla Presidenza della Camera di appartenenza se nei loro confronti sussista una delle seguenti condizioni:
    1) alla data della nomina non sia stato emesso decreto che dispone il giudizio;
    2) alla data della nomina non sia stata emessa misura cautelare personale non annullata in sede d’impugnazione;
    3) alla data della nomina non si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive;
    4) alla data della nomina non siano stati condannati con sentenza anche non definitiva, allorquando le predette condizioni siano relative a uno dei seguenti delitti:
    a) delitti di cui all’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale;
    b) estorsione (articolo 629 del codice penale), usura (articolo 644 del codice penale);
    c) riciclaggio e impiego di danaro di provenienza illecita (articolo 648-bis e articolo 648-ter c.p.);
    d) trasferimento fraudolento di valori (articolo 12-quinquies della legge 7 agosto 1992, n. 356);
    e) omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali da parte delle persone sottoposte ad una misura di prevenzione disposta ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, nonché da parte dei condannati con sentenza definitiva per il delitto previsto dall’articolo 416-bis del codice penale (articolo 31 della legge 13 settembre 1982, n. 646);
    f) attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152);
    5) alla data della nomina non sia stata disposta l’applicazione di misure di prevenzione personali o patrimoniali, ancorché non definitive, ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575;
    6) alla data della nomina non siano stati imposti divieti, sospensioni e decadenze ai sensi della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, ovvero della legge 31 maggio 1965, n. 575, così come successivamente modificate e integrate;
    7) alla data della nomina non siano stati rimossi, sospesi o dichiarati decaduti ai sensi dell’articolo 142 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
  2. La Commissione è rinnovata dopo il primo biennio dalla sua costituzione e i componenti possono essere confermati.

  3. Il Presidente del Senato della Repubblica e il Presidente della Camera dei deputati, entro dieci giorni dalla nomina dei suoi componenti, convocano la Commissione per la costituzione dell’ufficio di presidenza.

  4. L’ufficio di presidenza, composto dal presidente, da due vicepresidenti e da due segretari, è eletto dai componenti la Commissione a scrutinio segreto. Per l’elezione del presidente è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti la Commissione; se nessuno riporta tale maggioranza si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggiore numero di voti. In caso di parità di voti è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più giovane di età.

  5. Per l’elezione, rispettivamente, dei due vicepresidenti e dei due segretari, ciascun componente la Commissione scrive sulla propria scheda un solo nome. Sono eletti coloro che hanno ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parità di voti si procede ai sensi del comma 4.

  6. Le disposizioni di cui ai commi 4 e 5 si applicano anche per le elezioni suppletive.

Art. 3

(Comitati)
  1. La Commissione può organizzare i suoi lavori attraverso uno o più comitati, costituiti secondo la disciplina del regolamento di cui all’articolo 7.

Art. 4

(Audizioni a testimonianza)
  1. Ferme le competenze dell’autorità giudiziaria, per le audizioni a testimonianza davanti alla Commissione si applicano le disposizioni degli articoli 366 e 372 del codice penale.
  2. I segreti professionale e bancario non possono essere opposti alla Commissione quando le informazioni richieste siano necessarie per le proprie indagini. Per il segreto di Stato si applica quanto previsto dalla legge 3 agosto 2007, n. 124. In nessun caso, per i fatti rientranti nei compiti della Commissione, può essere opposto il segreto di ufficio.

  3. È sempre opponibile il segreto tra difensore e parte processuale nell’ambito del mandato.

  4. Si applica l’articolo 203 del codice di procedura penale.

Art. 5

(Richiesta di atti e documenti)
  1. A richiesta la Commissione ottiene, anche in deroga al divieto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti, nonché copie di atti e documenti relativi all’attività della Banca d’Italia e a indagini e inchieste parlamentari. L’autorità giudiziaria può trasmettere le copie di atti e documenti anche di propria iniziativa.
  2. La Commissione garantisce il mantenimento del regime di segretezza fino a quando gli atti e i documenti trasmessi in copia ai sensi del comma 1 siano coperti da segreto.

  3. La Commissione può ottenere, da parte degli organi e degli uffici della pubblica amministrazione, copie di atti e documenti da essi custoditi, prodotti o comunque acquisiti in materia attinente alle finalità della presente legge.

  4. L’autorità giudiziaria provvede tempestivamente e può ritardare la trasmissione di copia di atti e documenti richiesti con decreto motivato solo per ragioni di natura istruttoria. Il decreto ha efficacia per sei mesi e può essere rinnovato. Quando tali ragioni vengono meno, l’autorità giudiziaria provvede senza ritardo a trasmettere quanto richiesto. Il decreto non può essere rinnovato o avere efficacia oltre la chiusura delle indagini preliminari.

  5. Quando gli atti o i documenti siano stati assoggettati al vincolo di segreto funzionale da parte delle competenti Commissioni parlamentari di inchiesta, tale segreto non può essere opposto alla Commissione di cui alla presente legge.

  6. La Commissione stabilisce quali atti e documenti non devono essere divulgati, anche in relazione ad esigenze attinenti ad altre istruttorie o inchieste in corso.

Art. 6

(Segreto)
  1. I componenti la Commissione, i funzionari e il personale di qualsiasi ordine e grado addetti alla Commissione stessa ed ogni altra persona che collabora con la Commissione o compie o concorre a compiere atti di inchiesta oppure ne viene a conoscenza per ragioni di ufficio o di servizio sono obbligati al segreto per tutto quanto riguarda gli atti e i documenti di cui all’articolo 5, commi 2 e 6.
  2. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la violazione del segreto è punita ai sensi dell’articolo 326 del codice penale.

  3. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, le stesse pene si applicano a chiunque diffonda in tutto o in parte, anche per riassunto o informazione, atti o documenti del procedimento di inchiesta dei quali sia stata vietata la divulgazione.

Art. 7

(Organizzazione interna)
  1. L’attività e il funzionamento della Commissione e dei comitati istituiti ai sensi dell’articolo 3 sono disciplinati da un regolamento interno approvato dalla Commissione stessa prima dell’inizio dell’attività di inchiesta. Ciascun componente può proporre la modifica delle disposizioni regolamentari.
  2. Tutte le volte che lo ritenga opportuno la Commissione può riunirsi in seduta segreta.

  3. La Commissione può avvalersi dell’opera di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria e di tutte le collaborazioni che ritenga necessarie di soggetti interni ed esterni all’amministrazione dello Stato autorizzati, ove occorra e con il loro consenso, dagli organi a ciò deputati e dai Ministeri competenti.

  4. Per l’espletamento delle sue funzioni la Commissione fruisce di personale, locali e strumenti operativi messi a disposizione dai Presidenti delle Camere, di intesa tra loro.

  5. Le spese per il funzionamento della Commissione sono stabilite nel limite massimo di 300.000 euro per l’anno 2014 e di 500.000 euro per ciascuno degli anni successivi e sono poste per metà a carico del bilancio interno del Senato della Repubblica e per metà a carico del bilancio interno della Camera dei deputati. I Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, con determinazione adottata di intesa tra loro, possono autorizzare annualmente un incremento delle spese di cui al precedente periodo, comunque in misura non superiore al 30 per cento, a seguito di richiesta formulata dal presidente della Commissione per motivate esigenze connesse allo svolgimento dell’inchiesta.

  6. La Commissione cura la informatizzazione dei documenti acquisiti e prodotti nel corso dell’attività propria e delle analoghe Commissioni precedenti.

Art. 8

(Entrata in vigore)
  1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Monday, 17 August 2015

Perché bisogna aggiustare la struttura demografica?

Il tasso di fecondità totale (TFT) italiano è sceso sotto quota 2 nel 1977, precipitando in un 3 anni dalla banda in cui si era stabilizzato tra il 1950 ed il 1974 (2.31-2.70). Il TFT in quei 25 anni era leggermente troppo elevato, ma se la politica avesse fatto qualcosa per fermarne la caduta tra 1.90 e 2, l'impatto sulla situazione economica attuale non sarebbe stato particolarmente evidente. La politica invece non fece nulla. Nulla di nulla. Ed il TFT precipitò da 1.98 nel 1977 a 1.18 nel 1995. Una catastrofe apocalittica. Roba da peste nera medievale, o da guerra Romeo Gotica. Fortunatamente si iniziò a sentire l'impatto degli stranieri, soprattutto delle straniere, che fino ad oggi hanno mantenuto un TFT poco sopra a 2 mitigando quindi la situazione, per cui il TFT italiano risalì leggermente da quello 1.18 del 1995 allo 1.40 dei giorni nostri. Siamo ancora a 0.6 figli a donna di distanza da quota 2. Ipotizziamo che finalmente arrivi un governo assennato, e che attui le politiche necessarie a riportare il TFT a 2, diciamo entro il 2020, e che riuscirà a mantenerlo a quota 2 per i prossimi 100 anni. Quello che succederà è che i nati dal 2020 in poi inizieranno a fornire il loro apporto produttivo all'economia italiana almeno 25 anni dopo, nel 2045, e che questo effetto raggiungerà il suo massimo soltanto quando saranno morti tutti gli over 25 nel 2045 inclusi ovviamente tutti i vivi nel 2015.

Quale sarebbe il ruolo dei vivi nel 2015 in questo scenario? Produrre per mantenere i pensionati ed i nuovi nati. Un compito piuttosto difficoltoso, dato che i primi sono e saranno molti di più per decenni, ed i secondi diventeranno sempre di più. Per dare numeri (arrotondati, ma guarda alle dimensioni), l'INPS spende in prestazioni 330 miliardi di Euro annui, e dato che riceve contributi solo per 230 miliardi, lo stato ogni anno deve ripianare un buco di 100 miliardi di Euro. Solo per la previdenza (l'assistenza è un altro capitolo tragico).

Quale è l'unica alternativa razionale ed auspicabile? Incentivare immigrati di qualità under 35 con cui condividere quel ruolo, e suddividere con questi i costi per mantenere i pensionati ed i nuovi nati. Si possono fare altre cose per mitigare il problema, ad esempio passare tutte le prestazioni, anche quelle in essere, al contributivo, riforma con cui si recupererebbe qualche decina di miliardi ogni anno, ma non si risolverebbe il problema, determinato dal fatto che le generazioni over 40 sono molto più grandi delle under 40.

Il disoccupato italiano oggi è disoccupato almeno nello 80% dei casi perché la struttura demografica è totalmente sbilanciata.

Gli effetti di questo sbilanciamento sono: collasso del mercato interno, aumento della pressione fiscale, aumento della pressione contributiva, proibizione della redistribuzione territoriale, fine della convergenza tra le aree del paese, compressione degli investimenti in conto capitale, declino, mancato sviluppo.

Dato che non abbiamo la macchina del tempo, l'unica opzione moralmente accettabile è quella di incentivare l'immigrazione di 25-30 milioni di immigrati nei prossimi 25 anni, di cui 6 nei prossimi 2 o 3 anni (lo scenario centrale di previsione dell'INPS prevedeva 16 milioni e mezzo di immigrati, io personalmente li vorrei spalmare in maniera più intelligente tra le varie coorti d'età).

Altrimenti rassegnarsi ad una vita di schiavitù generazionale, o emigrare.

Saturday, 15 August 2015

Italia 2040 lo scenario di previsione centrale dell'ISTAT: 16 milioni e mezzo di immigrati!

Lo scenario di previsione centrale dell'ISTAT per la popolazione italiana nel 2040 richiede che nei prossimi 25 anni l'Italia riceva una immigrazione netta di 16 milioni e mezzo di persone.

In luce del rallentamento dell'immigrazione e dell'aumento dell'emigrazione negli ultimi anni, spero che chiunque usi quello scenario centrale dell'ISTAT per fare previsioni sulla sostenibilità magari del sistema previdenziale, lo usi con un bel po' di sale, altrimenti i conti del paese sballeranno molto rapidamente.

ISTAT 2040 centrale 16485589 v2

Vite parallele dei due aeroporti della Sicilia occidentale

Risposte ad un paio di commenti[1][2] di Marco Esposito su NfA

Palermo Punta Raisi e Trapani Birgi non sono della robe costruita in mezzo al nulla, né dal punto di vista aeronautico, soprattutto Birgi, né dal punto di vista logistico-territoriale: questi sono aeroporti che non sono scollegati dalla Sicilia, e dal territorio circostante, quindi non riescono a generare un output positivo di indotto e movimentazione.


Punta Raisi non è piazzato nel miglior punto possibile, ma Trapani Birgi, che è un aeroporto militare riaperto al traffico civile una dozzina di anni fa spendendo una ventina di milioni di Euro, è uno degli aeroporti meglio piazzati dal punto di vista aeronautico di tutto il bacino del Mediterraneo, tant'è vero che in inverno c'è la gara tra gli stormi italiani a rischierarsi a Birgi. La NATO tra l'altro lo usa in continuazione come base (FOB) per gli AWACS, ed ad Ottobre lo userà per la esercitazione Trident Juncture 2015. L'intervento in Libia nel 2011 di diversi paesi è stato fatto praticamente tutto da Birgi. 


A livello autostradale sono entrambi serviti dalla A29, a livello ferroviario stanno spendendo un miliardo e passa per il passante di Palermo e quindi anche per migliorare il collegamento ferroviario con la stazione di Punta Raisi già esistente da molti anni, ma riconosco bisognerebbe fare qualcosa in più per Trapani Birgi, che ha una stazione a poche centinaia di metri, ma sostanzialmente inusabile.


A me pare che relativamente al contesto Punta Raisi sia collegato decentemente con Palermo, anche dal punto di vista del trasporto pubblico, che con il passante si sta appunto provando a ulteriormente migliorare. Relativamente al contesto perché ovviamente Palermo è dal punto di vista della mobilità la peggiore realtà d'Europa nella sua classe di riferimento, tant'è che ogni anni combatte ad armi pari con megalopoli come Mosca e Istanbul sul podio delle classifiche per la città più congestionata d'Europa. 


Punta Raisi è decentemente collegato tramite autostrade con il Trapanese, meno con l'Agrigentino, ha collegamenti ferroviari orrendi o inesistenti con entrambi, ed almeno con Trapani è collegato malissimo con il trasporto pubblico gommato (con Agrigento sinceramente non saprei). 

 Trapani Birgi è un aeroporto militare riaperto al traffico civile a fine anni '90 grazie ad un modesto investimento pubblico servito a ristrutturare un vecchio terminal dei primi anni '60. Birgi è il terzo aeroporto militare aperto nei dintorni di Trapani, dopo Milo (anni '30) e Chinisia (1949), tutti e tre all'epoca aperti ai voli civili, in generale per permettere l'ultimo rifornimento e verifica prima del trasvolo tra Sicilia e l'Africa del Nord o le isole come Pantelleria o Lampedusa. Una volta che gli aerei diventarono più affidabili e capaci di rotte più lunghe, l'uso civile di Birgi cadde rapidamente in disuso come la sua funzione, il suo potenziale bacino completamente fagocitato da Punta Raisi. Non l'uso primario, militare, per il quale sono stati fatti degli investimenti imponenti nel corso dei decenni, ad esempio lo spostamento di un paio di chilometri della foce del fiume Birgi.

Alcuni politici di Trapani e Marsala (all'epoca di area FI, ma essenzialmente notabili locali, alcuni oggi si trovano dentro il PD, altri sono rimasti nel centrodestra) verso la fine degli anni '90 decisero di provare a riaprire al traffico civile l'aeroporto, trovando una fortissima opposizione, spesso pubblica, nella maggioranza degli altri politici locali, opposizione dovuta a ragioni esistenziali per il partito unico siciliano: ogni copeco investito nello sviluppo dell'aeroporto è materialmente sottratto al budget per la corruzione clientelare della zona.

Dopo alterne fortune con le tratte onerate, una decina di anni fa qualcuno decise di puntare sull'apertura di una base di un vettore low cost, promettendo un sensibile sconto sui costi aeroportuali. Senza che io sia in possesso in alcuna informazione non letta su media pubblici, la mia impressione è che alcuni dei soci privati dell'epoca, che intrattenevano già simili relazioni da molti anni con il vettore prescelto (a Orio al Serio) abbiano suggerito o imposto una tale scelta (tra l'altro riuscendo a spuntare quello che pare un ottimo prezzo, se confrontato con quello che si legge per aeroporti come Verona Villafranca, un multiplo di almeno 4 volte).

Sempre da notizie di stampa, perché nessuno si è mai degnato di pubblicare online i bilanci del gestore, quello che io ho capito è che lo sconto si sia configurato come un intervento mercatistico per metà a carico della ex provincia regionale di Trapani (quindi essenzialmente risorse pubbliche regionali) e per metà a carico del gestore (quindi per circa 1/4 private).

Questo dal 2006 al 2013, perché dall'alto della sua intelligenza e comprensione del mondo, il Sig. Crocetta ha deciso, prendendosene pubblicamente la responsabilità in maniera specifica ("Questo è bene che si sappia"), che tale intervento pubblico dovesse terminare (alcuni fanno notare che contestualmente abbia spostato molte più risorse anche per favorire simili interventi a favore dello sviluppo dell'aeroporto di Comiso, molto più vicino al suo personale bacino elettorale, ma è un altro discorso, i due aeroporti insistono su bacini completamente diversi, sono a 6-7 ore di auto di distanza, 12-14 ore di treno, chiunque sia dotato di un minimo di neuroni dovrebbe capire che non si può favorire Comiso azzoppando Trapani Birgi).

Trapani Birgi si trova a metà strada tra Trapani e Marsala, leggermente più vicino, un paio di chilometri, alla seconda, ma ricadendo il suo terminal (non tutto il sedime) dentro il territorio comunale di Trapani, è stato giuridicamente molto più semplice per Trapani collegarlo tramite servizi di trasporto pubblico (bus e taxi) di quanto lo sia stato per Marsala.

In generale, lo sviluppo dell'aeroporto ha generato un evidentissimo e rapido sviluppo turistico ed imprenditoriale nella zona a nord dell'aeroporto, minore e più lento a sud, ma questo è dovuto sia a motivi contingenti (e.g. nel periodo interessato Trapani si è trovata ad essere ben amministrata nel frattempo dal miglior sindaco della sua storia recente, mentre l'amministrazione locale di Marsala non ha particolarmente brillato, anzi) che strutturali (e.g. il collegamento stradale con Mazara del Vallo è gravoso un collo di bottiglia che non si potrà superare se non con ingenti investimenti infrastrutturali).

Il risultato complessivo nel settore turistico è oltre che visibilmente evidente, numericamente chiaro (elaborazione mia su dati pubblicati dall'Osservatorio Turistico Regionale):   

Densità di arrivi e presenze su popolazione 2013 su 1998

il che ha permesso alla ex provincia di Trapani di contestare a quella di Messina il titolo di provincia a maggior impatto turistico della Sicilia (nel 1998 stava sotto Siracusa, Palermo ed Agrigento, Catania e bene o male allo stesso livello di Ragusa):   

Densitá normalizzate di presenze e arrivi 2012 su popolazione

La valenza paradigmatica della vicenda di Trapani Birgi sta nel fatto che invece di prendere l'intervento a modello, e sprone ai poteri centrali (statali e regionali) per diminuire l'imposizione aeroportuale, almeno per gli aeroporti periferici delle zone depresse, la reazione della classe politica e dirigente del paese è variata tra l'assoluto menefreghismo ed incomprensione del fenomeno (il Sig. La Russa il 20 Marzo del 2011 chiuse l'aeroporto al traffico civile da un momento all'altro, senza prevedere alcun genere di supporto per i vettori, un evento che oltre ad aver compromesso la stagione turistica del 2011 ha aumentato sensibilmente la percezione di rischio e la reputazione dell'aeroporto, il cui sviluppo ha rallentato notevolmente da quel punto in poi) a quella che non può che essere definito che una cosciente ed incomprensibile decisione di ostacolarne lo sviluppo (il già citato Sig. Crocetta).

Parallelamente, un altro merito storico di chiunque abbia deciso di investire una trentina di milioni regionali in 10 anni nello sviluppo dell'aeroporto di Trapani Birgi, pur con una misura fragile ed ad personam, invece che bruciarli nell'orrido falò clientelare siciliano, è stato quello di dimostrare che in Sicilia Occidentale c'erano almeno 2 milioni di passeggeri latenti (a mio avviso ce ne sono molti di più), che chiunque gestisse Punta Raisi non aveva mai trovato modo di far esprimere.

Concludo al proposito spezzando però una lancia per alcuni dei manager dell'aeroporto di Punta Raisi: si rendevano ampiamente conto dei benefici effetti degli sconti sulla imposizione fiscale aeroportuale, hanno pubblicamente sollecitato per anni l'intervento della politica regionale o locale siciliana, senza mai ottenere alcun riscontro:  
"Mi piacerebbe dire quello che non fa la Regione Siciliana: la storia incredibile di questo aeroporto [nel contesto: Punta Raisi], ma così come di quello di Catania, è che non si è voluto copiare un modello assolutamente banale, che è quello di un moltiplicatore di investimento laddove mettendo pochissimo hai un ritorno gigantesco, e lo dimostra lo sviluppo economico di tutta la provincia del Trapanese, con lo sviluppo dei bed&breakfast, di tutti i locali, anche dell'incremento delle quotazioni degli immobili [… omissis …] sarebbe stato sufficiente che la regione avesse investito ogni anno anche 5 milioni di Euro, molto meno, per quanto, non dico la tabella H, ma molto meno per quanto spende per sagre di ordine vario, per avere un moltiplicatore di reddito spaventoso, e non è stato fatto. Questo l'hanno capito in Puglia, gli aeroporti pugliesi erano aeroporti morti, aeroporti morti, hanno fatto una gara con 20 milioni di Euro, sette milioni all'anno per tre anni, andate a vedere i numeri degli aeroporti pugliesi, andate a vedere i numeri, e quanti stranieri vanno in Puglia, dove meritava che ci si andasse, no? Però se si va in Puglia, si va due volte in Sicilia, da questo senza voler togliere nulla ai Pugliesi!". 
Carmelo Scelta, all'epoca Direttore Generale di GESAP, dal bellissimo documentario Inside Punta Raisi, min. 50:00 realizzato da Mobilita Palermo.