Thursday, 28 January 2010

Ma che fine hanno fatto i Turchi del Palermo?

Tra il 1950 ed il 1962 tra i tanti stranieri che vestirono il rosanero del Palermo, vennero acquistati ben tre giocatori Turchi.

Il primo, raccomandato addirittura da quello che viene spesso considerato, probabilmente a ragione, il più grande giocatore che abbia mai vestito le maglie della nazionale Italiana, Giuseppe Meazza, che lo aveva conosciuto nell'immediato dopoguerra per via del suo ruolo di allenatore del Beşiktaş, fu Şükrü Gülesin (sciucriù ghiulesìn), Istanbulita purosangue, leggendario centravanti di sfondamento del Palermo nel 1950/51 (13 goal) e nel 1952/53 (7 goal).

Şükrü bey, che prima di approdare in Sicilia aveva guidato il Beşiktaş alla conquista di ben 6 titoli in 7 anni (e l'unico anno mancante, lui giocava altrove), e che giocò anche una stagione nella Lazio, con la quale mise a segno 16 goal nel 1951/52, nel 1953 ormai trentenne se ne tornò in Turchia, nella sua amata Istanbul, dove finì la carriera militando ironicamente nelle fila del Galatasaray (tra l'altro riuscendo a vincere il campionato nel suo ultimo anno da professionista), e dove purtroppo morì di infarto appena cinquantacinquenne nel 1977, non prima però di essere finito nel Guinness dei primati per aver segnato ben 32 volte in carriera direttamente da calcio d'angolo!

Vera e propria stella del calcio Turco negli anni '40, Şükrü giocò, e segnò, anche alle Olimpiadi di Londra del 1948, dove la sua nazionale arrivò quinta, e guidò la Turchia alla conquista della qualificazione ai mondiali del 1950, conquistata distruggendo ad Ankara la Siria, che all'epoca era inserita nei gironi di qualificazioni Europei, in un incontro arbitrato dall'Italiano Antonio Gamba e finito 7 a 0. Ironia della sorte, la Federazione Turca fu costretta a rinunciare alla partecipazione al mondiale in Brasile, così come rinunciò la Scozia, e come addirittura rinunciarono le altre due nazionali Europee chiamate a sostituirle, la Francia ed il Portogallo, cosi come rinunciò anche l'India, celebremente perché la FIFA si rifiutò di permettere ai giocatori Indiani di giocare a piedi nudi, cosicché la Coppa Rimet fu contesa soltanto da 13 squadre, ed il nostro Şükrü perse l'occasione di giocare ai mondiali. Quattro anni più tardi la Turchia, magistralmente guidata dal Piacentino Sandro Puppo, che in carriera si tolse lo sfizio di guidare squadre come la Juventus ed il Barcellona, si qualificò nuovamente, questa volta ai danni della ben più quotata Spagna, eliminata a Roma dopo uno dei più drammatici spareggi della storia del calcio europeo, arbitrato ancora una volta da un Italiano, Giovanni Bernardi, ma il treno per Şükrü, oramai sulla via del tramonto, era ormai passato.

Ai mondiali Svizzeri del 1954 partecipò invece il secondo dei Turchi del Palermo, Bülent Eken (biulènt ekèn), altro Istanbulita, difensore approdato alla Salernitana dal Galatasaray nel 1950/51, che stranamente vestì le maglie rosanero per 17 volte proprio in quella stagione, il 1951/52, in cui Şükrü Gülesin vestì le maglie biancazzurre della Lazio. Tornato in Turchia al Galatasaray, vinse insieme a Şükrü il campionato del 1954/55, dopodichè a fine carriera divenne allenatore, arrivando ad allenare per oltre un anno la nazionale Turca negli anni '60, poco prima del ritorno di Sandro Puppo.

Il buon Bülent bey, che inşallah (insciallà) dovrebbe essere ancora vivo e vegeto, era un coetaneo di Şükrü, con il quale aveva condiviso l'avventura Londinese, ma pare che per renderlo più appetibile agli occhi dei possibili acquirenti Italiani, gli avessero tolto un lustro dai documenti anagrafici, ma all'epoca, si sa, era costume diffuso.

Il terzo giocatore Turco ad indossare la maglia rosanero, Metin Oktay (metìn oktài), è un po un enigma, e probabilmente la ragione per la quale il Palermo smise di cercare giocatori sul Bosforo. Mentre Şükrü Gülesin fu una delle grandi stelle del Beşiktaş, lo Smirniota Metin bey è stato uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi del Galatasaray. Profilico attaccante, segnò in carriera qualcosa come 635 goal, di cui ben 354 in campionati di prima divisione e 19 in nazionale, in sole 36 apparenze, una media goal ottima a livello internazionale. Capocannoniere nei campionati Turchi per ben 10 stagioni, riuscì a diventare re del goal per ben 7 volte nell'arco di 8 stagioni. Indovinate dove giocava nell'unica stagione mancante, nell'unico grande fallimento della sua gloriosa carriera? Nel Palermo. Nel 1961/62 Metin realizzò infatti appena 3 goal durante le sue 12 presenze in maglia rosanero.

In realtà che qualcosa potesse non andare bene si sarebbe potuto immaginare, d'altronde Metin era balzato agli onori della cronaca per il divorzio concesso alla moglie Oya Sarı (òya sàre) per aver rotto la promessa di tornare a giocare nella squadra della comune città natale, l'İzmirspor, preferendo un ricco contratto ad Istanbul sia all'amore muliebre che a quello della squadra di calcio per la quale tifava da bambino. Probabilmente più che il denaro, dato che probabilmente a Palermo avrebbe guadagnato ancora di più, Metin si era innamorato sia Istanbul che soprattuto del Galatasaray, che in Turchia chiamano tutti Cimbom (gimbòm). I colori giallorossi gli erano entrati nel sangue, e con la tifoseria della squadra giallorossa Metin creò un legame unico, rinsaldato da una di quelle capacità che trasformano in idoli agli occhi delle tifoserie di tutto il mondo, la sua incredibile abilità di segnare durante i derby. Metin segnò infatti ben 13 goal ai cugini del Beşiktaş, e divenne l'autentica bestia nera dei rivali d'oltrebosforo, i gialloblù del Fenerbahçe, ai quali segnò in carriera ben 19 goal, guadagnandosi il soprannome di taçsız Kral (tacjsìz cràl), vero e proprio Re senza corona della sterminata tifoseria Cimbom.

Metin morì in un tragico incidente automobilistico nella sua patria adottiva Istanbul nel 1991, riposa proprio di fronte alle maestosa mura Costantinopolite, ed ogni anno nell'anniversario della sua morte i giocatori ed i tifosi del Galatasaray si recano in pellegrinaggio alla sua tomba. Il club gli ha dedicato il proprio centro sportivo d'allenamento a Florya, un bellissimo quartiere sul mare a due passi dall'aeroporto internazionale Kemal Atatürk, mentre i tifosi gli hanno dedicato un grazioso e commovente sito, in rosanero!

Tuesday, 26 January 2010

Il burqa ed i diritti degli altri, un conflitto di princìpi

Mia nonna, nata a Mazara nel 1903 e cattolicissima, come gran parte delle Siciliane sue coeve, nel solco di una tradizione plurisecolare se non millenaria, non solo è sempre uscita da casa con il velo, ma lo usava anche a casa durante le visite di persone estranee alla famiglia. Il velo in questione non impediva certo il riconoscimento, ed era usualmente tanto fino da lasciar trasparire i capelli, ma ciononostante dubito che mia nonna sarebbe stata disposta ad uscire da casa senza indossarlo. Di tanto in tanto anche mia madre, specialmente in inverno, continua ancora oggi ad uscire da casa indossando un foulard di seta fine, e personalmente non trovo che ci sia assolutamente nulla di male che donne di qualsivoglia religione o etnia o tradizione culturale decidano liberamente di indossare in pubblico veli o copricapi che non ne impediscano il riconoscimento, ivi comprese tantissime forme di hijab, ad esempio quelli diffusi nel Nord Africa o in Turchia, che lasciano il viso scoperto.

Premesso che in spazi privato il discorso è ovviamente differente, la questione sull'uso in pubblico altre forme di hijab, come il burqa o il niqab, che chiaramente impediscono il riconoscimento della persona, è però differente, ed estremamente controversa.
Nel caso in questione infatti vengono in contrasto princìpi differenti, da un lato la libertà di espressione personale, culturale e religiosa, dall'altro l'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il diritto alla sicurezza della propria persona e le esigenze di ordine pubblico della comunità. Nei termini della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, vediamo chiaramente contrapposti da un lato i princìpi esposti negli articoli 18 e 27 dall'altro quelli esposti negli articoli 3 e 29, mentre i princìpi esposti in altri articoli (1, 2, 6, 7, ...) potrebbero tranquillamente essere reclamati dai sostenitori di entrambe le tesi.

Personalmente propendo per la limitazione dell'uso delle forme più estreme di hijab nei luoghi pubblici, così come di qualsiasi indumento o mascheramento che impedisca il riconoscimento delle persone, soprattutto perché ritengo sia importante poter porre dei limiti all'espressione religiosa quando questa minacci di travalicare i limiti della libertà e dei diritti altrui.

Estremizzando, se un domani gli adepti di una religione qualsiasi tentassero di reintrodurre pratiche come i sacrifici umani o gli infanticidi rituali, indipendentemente dall'opinione e dalla credenza o fede religiosa della maggioranza della popolazione, che potrebbe a quel punto essere per assurdo ipoteticamente favorevole a tali pratiche, spero si concordi con me che queste pratiche dovrebbe venire in ogni caso vietate nella maniera più assoluta, anche quando le vittime di queste pratiche fossero addirittura consenzienti.

La libertà di religione è certamente una conquista importante, e senza dubbio meritevole di essere riconosciuta e difesa, ma non può e non deve mai essere utilizzata ed utilizzabile per limitare le libertà ed i diritti altrui.

Questo senza nemmeno voler iniziare il discorso dell'uguaglianza di fronte alla legge, perché mai a norma della Legge Reale o del TULPS un qualsiasi cittadino in passamontagna o maschera dovrebbe rischiare l'arresto, pene carcerarie e pesanti multe pecuniarie, quando ad altri cittadini viene in pratica nel frattempo garantita una completa immunità dalle regole valide per tutti gli altri, basandosi su argomenti tremendamente opinabili e sicuramente controversi, come le tradizioni culturali o religiose?

Monday, 25 January 2010

La Francia vieta il burqa, ed in Sicilia?

Dalle anticipazioni sulle conclusioni dell’apposita commissione di studio presieduta dal deputato comunista M. André Gerin, sembra che in Francia si stia andando verso la creazione di una legislazione che imponga il divieto di uso di indumenti atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, come il burqa, la niqab o il chador, nei luoghi pubblici come scuole, università, metropolitane, treni, ma non in tutti gli spazi pubblici.

Ed in Sicilia?

In Sicilia buona parte della legislazione sull’ordine pubblico è di competenza della Repubblica Italiana, la quale ha “celebremente legiferato” sull’argomento già quasi 35 anni fa, nel primo comma dell’art. 5 della legge n. 152 del 1975, “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico“, redatta dall’allora Ministro della Giustizia, il Sig. Oronzo Reale, che nel testo vigente riporta:
“È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.”

I due commi seguenti raccomandano poi punizioni non da poco per i contravventori:

“Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.”

Esisterebbe poi ancora l’art. 85 del R.D., il “Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza“, il famigerato TULPS di Mussoliniana memoria, che proibirebbe a chiunque di andare in giro con maschere di qualsivoglia tipo.

A questo punto sembrerebbe pacifico dedurre che in Sicilia, come nel resto della Repubblica Italiana, indossare in luoghi pubblici indumenti come il burqa o il niqab che rendono difficoltoso, se non impossibile, il riconoscimento della persona dovrebbe essere già vietato.

In realtà non è del tutto così, infatti, negli anni, la giurisprudenza Italiana si è orientata a considerare l’utilizzo del burqa come una espressione di carattere religioso o culturale, da cui nasce un possibile giustificato motivo per la persona che lo indossa, vedi ad esempio la sentenza del Consiglio di Stato, VI Sezione, 19 Giugno 2008, n. 3076, per il quale burqa e niqab et similia non solo non possono venire considerate come maschere, ma anzi possono rimanere vietati soltanto nel corso di manifestazioni pubbliche.

Non si può andare quindi ad uno sciopero od ad assistere ad una partita in burqa o niqab, come non ci si dovrebbe poter recare in passamontagna o balaclava, ma sorprendentemente sembrerebbe che ci si possa andare in aeroporto, posto che chi lo indossa si tolga tali indumenti al momento dell’identificazione!

Monday, 11 January 2010

Siciliani in viaggio: un giorno in frontiera tra Grecia e Turchia

Uno giorno d’agosto di qualche anno fa, più per caso e per curiosità personale che per necessità, sono stato testimone ed in un certo qual modo, protagonista di una peculiare vicenda burocratica, di cui racconterò ampiamente nei paragrafi a venire; prima di continuare, però, caveat, invito sin da subito e con veemenza tutti coloro ai quali venisse in testa di provare ad emulare quanto verrà raccontato a desistere: non provateci nemmeno!

Mi ero recato alla frontiera tra la Turchia e la Grecia per accompagnare in Hellade mio fratello e mia sorella, Siciliani anch’essi ovviamente, ed il di lei futuro marito, Reggino (almeno Siculofono quindi!), con i quali tra fine luglio ed inizio agosto avevamo fatto un viaggio da Reggio Calabria (in realtà io ero partito qualche ora prima da Erice) ad Antiochia, con fermate più o meno lunghe ad Istanbul, Göreme (in Cappadocia) ed Arsuz (l’Issos di Macedonica memoria).

L’auto (una Kia Sportage 2000cc cabrio benzina rossa, unica nota negativa i 9 km ad Euro di media lungo i 5,500 km per i quali ho fatto parte dell’equipaggio) era stata registrata nel mio passaporto, ragion per cui dovevo farmi timbrare l’uscita dalla Turchia, ma non volevo arrivare alla frontiera Hellenica, per ragioni che saranno chiare successivamente. Ingenuamente ho fatto partecipe di questo mio desiderio l’incaricato alla frontiera turca, che mi ha esplicitamente intimato di arrivare alla frontiera Greca perché nessuno degli altri tre passeggeri aveva una delega a condurre.

Se non gli avessi detto nulla, avrei potuto tranquillamente scendere dalla macchina in terra di nessuno, salutare tutti e tornarmene indietro, anche perché ai Greci (e questo anche per via di esperienze precedenti), sembra che di deleghe a condurre di un mezzo con targa UE non gliene importi proprio nulla. Una volta costretto, ho guidato fino alla frontiera Greca, ho lasciato l’auto ai miei compagni di viaggio, e me ne sono tornato a piedi (attraversando la frontiera a piedi, gli Helleni non mi hanno nemmeno fermato per controllare i documenti, come prima con l’auto, quando ci avevano soltanto chiesto se avevamo a bordo sigarette o alcool).

Sapevo però di avere un appuntamento con il destino, che nel mio caso si chiamava Yoryos (Giorgio). Questo bel ragazzo di Thessaloniki di nemmeno vent’anni, alto, magro, biondo e con gli occhi azzurri, che avrebbe tranquillamente potuto ottenere la parte di protagonista di qualche film su di Alessandro il Grande, era di guardia sul penultimo posto di guardia Greco prima del ponte sull’Evros. Sapevo che i suoi ordini erano quelli di impedirmi il passaggio del ponte, che per chissà quale astruso motivo non può essere attraversato a piedi, ma fingendo innocenza ed ignoranza mi sono avventurato fino alla sua cabina, sperando chiudesse un occhio o che mi lasciasse inavvertitamente passare.

Il povero Yoryos, provato dalla completa solitudine del suo compito, non vedeva invece l’ora di beccare un povero cristo con cui imbastire un po’ di conversazione per rompere la monotonia dei turni di guardia. Siamo stati tre quarti d’ora a conversare del più e del meno, perlopiù nel suo stentato ma non sottovalutabile inglese, e devo dire che alla fine mi stava pure simpatico, ed avrei trovato la cosa pure piacevole se non fossimo stati sotto un torrido sole ad un centinaio di metri da un’irraggiungibile meta.

Yoryos è un soldato di leva, sottoposto ad una corvée non proprio attraente: turni di guardia solitaria di 3 ore, intervallati da turni di 6 ore di esercitazione o lavoro in caserma, con 6 ore di sonno ogni 18 ore di servizio. Fortunatamente dopo una mezz’ora passata a parlare del più o del meno si è offerto di aiutarmi a trovare un passaggio, e si è messo a fermare i rari automezzi che passavano. Ce ne fosse stato uno con un posto disponibile! Alla fine ha beccato l’asso di briscola in un gentile camionista Turco alla guida di un enorme TIR della Omsan (uno dei giganti della logistica Turca), grazie al quale sono riuscito finalmente ad attraversare il maledettissimo ponte.

Conversando con Yoryos sul ciglio della strada, mi sono accorto che una delle auto che avevano attraversato il ponte dirette alla frontiera Turca, occupata da tre ragazzi sulla ventina o poco meno, mostrava una bella targa italiana, così quando, ormai all’interno della nuovissima stazione di frontiera Turca (la vecchia è stata in pratica spianata), li ho visti in fila mi sono avvicinato per vedere se riuscivo a trovarmi un passaggio per Istanbul.

La mia speranza è sfumata quando ho visto che l’auto era stracarica, per cui una volta che c’ero ne ho approfittato per scambiare due chiacchere in Italiano: i tipi erano Milanesi. Stavo per andarmene per la mia strada, quando ho visto sul cruscotto tre carte d’identità, e mi è suonata una campanella in testa. Ora avrei potuto andarmene tranquillamente per la mia strada, e magari mettermi a cercare un altro passaggio, ma da buon Siciliano ho voluto compiere la mia buona azione quotidiana, ed ho chiesto al ragazzo alla guida se aveva portato con se il passaporto.

Due dei tre mi hanno risposto all’unisono che la guida Lonely Planet affermava che per entrare in Turchia non ci fosse necessità del passaporto, ma che bastasse la sola carta d’identità, al che gli ho dovuto raccontare la triste verità, e che cioé senza passaporto non potevano importare temporaneamente l’auto; ho consigliato loro inoltre di parcheggiare l’auto, dacché prima di entrare avrebbero dovuto andare ad acquistare i necessari visti!

Dopo essere andato a farmi timbrare il passaporto per rientrare in Turchia, ed essermi sorbito l’occhiataccia del poliziotto per il fatto che stavo rientrando il giorno stesso la mia uscita dal paese, mi sono accorto che i tre ragazzi milanesi erano piuttosto spaesati, ragion per cui mi sono offerto di guidarli nei meandri della burocrazia turca.

Altro che buon Samaritano, quello sulla strada da Gerusalemme a Gerico, anche lui Siculo in viaggio doveva essere!

Siamo entrati nell’ufficio doganale, dove ho attratto l’attenzione di un impiegato, al quale ho spiegato nel mio Turco stentato la situazione; il tipo ci ha riflettuto sopra, ed alla fine, incredibilmente, si è offerto di fare entrare l’auto con la sola carta d’identità del proprietario.

Ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre era proprietario dell’auto, e che non si erano portati dietro uno straccio di delega a condurre? A questo punto mi sono messo d’impegno ed ho spiegato la cosa al tipo (o almeno credo di esserci riuscito), il quale mi ha offerto un’altra scappatoia: se gli facevamo avere un fax con la delega a condurre e la carta d’identità del proprietario, ci avrebbe messo una buona parola lui con il direttore per far entrare l’auto in spregio a tutta la normativa vigente.

Ripensandoci, chissà se questo funzionario non avesse antenati Siculi anche lui!

A questo punto però ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre conosceva il proprietario dell’auto? L’auto era intestata ad una signora che a quanto pare era l’ex datrice di lavoro del padre di uno dei ragazzi, padre a cui l’auto era stata venduta da pochissimo tempo, tanto che la cosa non risultava ovviamente nel libretto. Anche il padre, poi, volendo, dare un’auto appena comprata e materialmente senza documenti al figlio per andare a fare un viaggio di migliaia di chilometri attraverso almeno tre distinti paesi …

Miracolosamente tra i vari documenti i ragazzi hanno trovato una registrazione al PRA al nome del summenzionato padre, il quale dopo circa due ore (nel frattempo abbiamo pranzato in un ristorantino nel duty-free annesso alla stazione di frontiera) è riuscito ad inviare un fax con una delega a condurre in Inglese (ci credereste che una sua collega l’aveva sottomano perché una sua figlia aveva fatto la stessa intelligentissima cosa tempo addietro? Tutte cime i genitori Padani? O semplice disabitudine all’oppressione burocratica?) e la sua carta d’identità, dopodiché sono riuscito a far passare il documento del PRA come parte integrante del libretto di circolazione (una bianca bugia diremmo in Inglese), ed alla fine il funzionario si è convinto ad alzare un telefono rosso fuoco ed a farci rilasciare tutte le necessarie autorizzazioni.

Quasi tutte … ai ragazzi mancava ancora il visto!!!

Credevo di averle viste tutte, ma questa ancora mi mancava: quando si entra in Turchia con la carta d’identità, i Turchi appendono il visto sopra un foglietto di carta bianco, sul quale vengono stampati i timbri di entrata ed uscita. A quanto pare al funzionario delegato alla vendita dei visti erano finiti i fogli bianchi (o gli era andato il pranzo di traverso, o proprio gli stavamo antipatici, chi lo sa?), ed ha appeso i visti sulle carte d’identità. Cose mai viste! Basito, ho accompagnato i tre ragazzi dal poliziotto dell’occhiataccia, avvertendoli della stranezza, ed infatti il tipo di fronte a quelle tre carte d’identità con visto prima ha sacramentato in Turco, poi intravedendomi alle loro spalle mi ha rinnovato l’occhiataccia, è uscito fuori dal suo chiosco ed ha preteso il mio passaporto.

Ho messo su una faccia angelica mentre lui controllava se per caso non fossi ricercato per un qualsivoglia reato, non trovando nulla su cui appigliarsi mi ha restituito il passaporto, ma non ha ovviamente bollato le carte d’identità dei tre ragazzi, ordinando a me di portarli dal suo superiore nel chiosco accanto, che però era vuoto. A questo punto siamo tornati nuovamente dal funzionario ai visti, con il quale ci siamo semplicemente presi a maleparole (colpa anche mia, non ricordo mai il termine turco per “foglio di carta bianco“, e lui non aveva idea di cosa fosse un paper), ed alla fine ci siamo imbattuti nel superiore del poliziotto dell’occhiataccia.

Il tipo, probabilmente settuagenario, ha sacramentato a sua volta per l’assurdità dei tre visti appiccicati sulle carte d’identità, ma fortunatamente ha tirato fuori tre foglietti bianchi su cui ha trasferito i tre visti (slinguandoli), che ha poi provveduto a bollare. A questo punto abbiamo acquistato il visto per l’auto, e fortunatamente il responsabile stava ancora aspettando l’italiano con la carta d’identità (AKA il Milanese con il papà un po sbadato), e finalmente siamo riusciti ad uscire da quella trappola.

I tre Milanesi avevano oramai fatto un punto d’onore del dovermi accompagnare ad Istanbul, per cui ci siamo divisi il carico in una maniera differente (ho viaggiato abbracciato ad materassino argentato), ma alla fine ad Istanbul a casa della mia amorevolissima e preoccupatissima futura moglie gli ho potuto offrire un bel (?!) caffé espresso fatto con una macchina a pistone che avevamo prestato due anni addietro a degli amici Turchi e che ci era stata restituita giusto qualche giorno prima, ma questa è un’altra storia…

P.S.: mi ripeto, non provate ad importare temporaneamente in Turchia un mezzo senza passaporto e delega a condurre, la storia appena raccontata rimane nell’ambito delle esperienze eccezionali, qualunque poliziotto turco, con la cena di traverso o anche soltanto rompicoglioni, e a conoscenza delle convenzioni internazionali avrebbe potuto trovare mille pretesti per sequestrare o confiscare anche soltanto temporaneamente l’auto una volta in Turchia.

Chi entra in Turchia con un’automobile (o una moto) deve portarsi appresso il passaporto per segnare l’importazione temporanea del mezzo, ed il mezzo deve essere di sua proprietà o deve possedere una delega a condurre lo stesso firmata dal proprietario ed autenticata ufficialmente (da un notaio o da un pubblico ufficiale, io mi rivolgo solitamente alla delegazione municipale più vicina).

Fortunatamente la conoscenza dei trattati internazionali non è proprio il forte dei poliziotti turchi (probabilmente nemmeno di quelli di tutte le genti del bel paese là dove ‘l sì suona), i quali un centinaio di chilometri prima di Istanbul ci hanno fermato e ci hanno fatto una multa di 41 milioni di lire Turche (20 Euro!). Perché, vi chiederete voi? Presto detto, il ragazzo alla guida aveva acceso le luci, la cosa aveva attratto inevitabilmente l’attenzione di una coppia di poliziotti (perché mai tiene le luci accese di giorno si saranno chiesti), ed uno dei due si è accorto che una delle luci anabbaglianti era rotta, il resto è storia …

P.P.S.: caveat finale, non sono un avvocato, sopra ho raccontato di un’esperienza accaduta qualche anno addietro, non è assolutamente detto che nel frattempo le leggi non siano già cambiate due o tre volte, o che anche all’epoca venissero interpretate erroneamente da alcuni o da tutti gli attori, per cui informatevi sempre personalmente, prima di partire per un viaggio in auto o in moto all’estero, sullo stato dell’arte legislativo e su quali siano le normative valide per il momento.

A ben pensarci è incredibile come i cittadini elettori permettano che i vari Stati facciano a gare nell’introdurre sempre nuove leggi, circolari, regolamenti, scartoffie, ma d’altronde et corruptissima re pubblica plurimae leges.

[Pubblicato su BlogSicilia]

Lezioni di Siciliano: il sistema vocalico Siciliano

Le dieci vocali del Latino classico si sono trasformate seguendo due strade molto differenti in sette vocali nell'Italiano standard ed in cinque vocali nel Siciliano.
Per rappresentare le dieci vocali del Latino classico, invece di usare i segni diacritici macron e breve com'è d'uso nelle grammatiche latine contemporanee, possiamo per semplicità limitarci ad usare le cinque lettere vocaliche dell'alfabeto latino a, e, i, o ed u per rappresentare le vocali brevi, mentre ci basta semplicemente raddoppiarle come aa, ee, ii, oo ed uu per rappresentare le vocali lunghe.
Per rappresentare le sette vocali dell'Italiano standard, possiamo invece usare le lettere dell'IPA, e quindi usare a, ɛ, e, i, ɔ, o ed u.
Per rappresentare le cinque vocali del Siciliano, usando l'IPA, che è un alfabeto fonetico dove, per quanto di interesse al presente argomento, ad ogni simbolo corrisponde sempre e soltanto un suono, possiamo quindi usare a, ɛ, i, ɔ ed u.
Prima nota interessante, in Siciliano generalmente la e chiusa e la o chiusa non esistono.
Nota sulla nota, scrivo generalmente perché può certamente capitare che un fenomeno osservabile nella maggior parte dei dialetti della lingua siciliana non sia osservabile in ogni singolo dialetto, d'altronde c'è chi pensa che esista almeno un dialetto per ogni essere umano, per cui non bisogna stupirsi se nella parrata di un determinato paese questa descrizione generale possa non essere valida, magari ci possono essere più vocali (o anche meno, ci sono dialetti dell'Arabo che usano soltanto tre vocali), le vocali possono essere differenti, e d'altro canto nell'IPA ci sono almeno una trentina di lettere per indicare suoni vocalici differenti, alla fine si tratta di cercare di catturare e definire con un numero finito e determinato di simboli un infinito di suoni vocalici. Addirittura, nelle parrate di alcuni determinati paesi Siciliani periferici, oserei arrivare ad affermare che la suddivisione tra vocali lunghe e brevi propria del Latino classico potrebbe non essere del tutto scomparsa. Questo premesso, in generale dicevamo il Siciliano è una lingua pentavocalica, presenta quindi cinque vocali, tutte quelle dell'Italiano standard meno la e chiusa e la o chiusa.
La vocalizzazione romanza usuale, quella ad esempio che ha dato come esito le sette vocali dell'Italiano standard, può essere descritta dalle seguenti semplici osservazioni:
  1. a ed aa si sono trasformate in a;
  2. e si è trasformata in ɛ;
  3. o si è trasformata in ɔ;
  4. i ed ee si sono trasformate in e;
  5. ii si è trasformata in i;
  6. oo ed u si sono trasformati in o;
  7. uu si è trasformata in u;
La vocalizzazione siciliana, quella che ha dato come esito le cinque vocali del Siciliano, può essere descritta dalle seguenti semplici osservazioni:
  1. a ed aa si sono trasformate in a;
  2. e si è trasformata in ɛ;
  3. o si è trasformata in ɔ;
  4. i, ii ed ee si sono trasformate in i;
  5. oo, u ed uu si sono trasformate in u;
Come vedete, le prime tre osservazioni sono uguali, ma le rimanenti cambiano parecchio. Questa differenza in questo fenomeno di trasformazione delle vocali tra i due vocalismi spiega il perché in Siciliano si sentano molte più u e molte più i che in Italiano standard, o perché si sentano pochissime e od o (in realtà, generalmente e chiuse ed o chiuse non se ne sentono proprio!).
L'utilità maggiore di queste osservazioni è forse quella di riuscire a predirre e descrivere le trasformazioni delle vocali dall'Italiano standard al Siciliano, e viceversa, e da un certo punto di vista potrebbe anche essere un esempio di che genere di armi una lingua ha a disposizione per difendersi e differenziarsi dalle altre lingue contigue: infatti, nonostante sia sottoposta oramai da secoli a feroci politiche repressive, e dal secondo dopoguerra debba fronteggiare un doppio attacco concentrico sferrato da una parte dal sistema scolastico della Repubblica Italiana, e dall'altro, e probabilmente con maggiore veemenza e successo, dall'affermazione della televisione in lingua italiana come mezzo di comunicazione di massa, la lingua Siciliana non solo non si è ancora estinta, né è in pericolo di estinzione, ma è anche riuscita a trasformare l'Italiano standard parlato nell'isola in un dialetto Siciliano del Toscano, il cosiddetto Italiano regionale di Sicilia, che è al giorno d'oggi probabilmente la madrelingua di buona parte delle popolazioni urbane ad alta scolarizzazione dell'isola, e che sul lungo periodo si potrebbe evolvere in un nuovo Siciliano, fenomeno già avvenuto più volte in età storica in Sicilia.


[Pubblicato su Blog Sicilia]

Lezioni di Siciliano: breve introduzione al sistema vocalico siciliano

L'alfabeto latino usava originariamente cinque lettere per rappresentare le vocali, la A, la E, la I, la O e la V. Queste cinque lettere nel Latino classico servivano a rappresentare dieci fonemi vocalici, dato che il suono di ogni vocale poteva essere più o meno breve. Per distinguere i due fonemi, lungo e breve, per ogni vocale, si possono usare varie convenzioni ortografiche, ad esempio nelle moderne grammatiche latine si usa porre il segno diacritico ¯, chiamato macron, sopra le vocali lunghe (ad esempio Ā) oppure allo stesso tempo o alternativamente si usa porre il segno diacritico ˘, chiamato breve, sopra le locali brevi (ad esempio Ă). In realtà i Romani ad un certo punto aggiunsero un altro carattere, la Y, per rappresentare un ulteriore fonema vocalico, il cui uso rimase però sempre circoscritto a rappresentare un fonema intermedio tra quelli rappresentati con la I ed la V che si presentava soltanto in prestiti linguistici, in parole cioé assorbite da altre lingue, perlopiù dialetti hellenici.

Per semplificare e condensare, i Romani usavano cinque lettere per descrivere la pronuncia di dieci vocali, per cui il Latino classico era una lingua decavocalica. Dopo il contatto con la cultura e la lingua Hellenica, i Romani introdussero una nuova lettera, anche se probabilmente soltanto una elite della popolazione latinofona imparò a pronunciarla alla maniera degli Helleni.

Il Latino classico era la forma scritta e codificata del Latino impostasi sulla base di una forma parlata ed elaborata dalle elite intellettuali romane probabilmente intorno all'ultimo periodo della Repubblica e nei primi decenni del Principato, ma accanto a questa forma scritta hanno sempre convissuto diversi dialetti colloquiali collettivamente indicati come Latino volgare. Gli stessi Romani erano pienamente consapevoli di questa distinzione, infatti lo stesso M.T. Cicero definiva questi dialetti con il termine sermo vulgari.

Tutte le lingue neolatine, ed i loro innumerevoli dialetti, si sono evolute a partire da questo cosiddetto Latino volgare, ed in questa evoluzione si possono osservare tantissimi fenomeni. Uno di questi fenomeni è la perdita della distinzione tra vocali lunghe e brevi. Ad un certo punto, il Latino volgare, o comunque una gran parte dei dialetti indicati con questa definizione, si trovò ad avere soltanto sette fonemi vocali, e questo fenomeno è presente ad esempio nei dialetti toscani, che sono quindi detti eptavocalici. Essendo l'Italiano standard l'evoluzione di un particolare registro del Fiorentino trecentesco, un dialetto del Toscano appunto, anche il sistema vocalico della lingua Italiana standard è eptavocalico.

L'Italiano standard è però scritto usando l'alfabeto latino, quindi per rappresentare queste sette vocali sono disponibili soltanto cinque lettere, la A, la E, la I, la O e la U (la cui distinzione dalla V è attestata per la prima volta nel 1386, e si è affermata soltanto a partire dal XVI secolo). Esistono diversi possibili approcci per distinguere tra i quattro fonemi rappresentabili in Italiano standard con le lettere E ed O, il più radicale e probabilmente il più preciso è l'utilizzo di un differente alfabeto, nello specifico l'alfabeto fonetico internazionale, spesso chiamato semplicemente IPA dal corrispettivo acronimo in Inglese. Usando l'IPA, i quattro fonemi rappresentati in Italiano standard con E ed O possono essere rappresentati con le lettere ɛ, e, ɔ ed o, dove la usuali e ed o vengono anche chiamate rispettivamente e chiusa ed o chiusa, mentre la ɛ e la o vengono chiamate rispettivamente e aperta ed o aperta. Gli altri tre fonemi vocalici dell'Italiano standard, A, I ed U, sono rappresentante nell'IPA dalle usuali a, i, ed u, con la a sempre aperta e la i e la u sempre chiuse.

Una delle differenze fondamentali tra la lingua Siciliana, sia nei suoi dialetti isolani (le cosiddette parrati) sia nei suoi dialetti peninsulari (Calabrese Meridionale, Salentino e Cilentano), e le altre lingue della penisola Italiana, tra le quali l'Italiano standard, è il fatto che il Siciliano è una lingua pentavocalica, ha cioé soltanto cinque fonemi vocalici.

L'esatta ragione di questo fenomeno è ancora intensamente dibattuta, tra le teorie storicamente più popolari vi è quella di una tarda neolatinizzazione dell'isola, oppure quella di un lungo bilinguismo che avrebbe affiancato in Sicilia, Calabria, Salento e Cilento dialetti hellenici ai dialetti neolatini, ma il risultato è che data una originaria radice latina, l'esito vocalico nell'Italiano standard e nel Siciliano è differente, e possiamo predirlo con una certa sicurezza.

Questa predizione non è assolutamente certa, perché le lingue sono sistemi complessi e vari (alcuni linguisti si spingono a sostenere che ogni singolo essere umano parla diversi dialetti individuali a seconda del contesto e del proprio stato personale) a cui è impossibile applicare determinate regole meccaniche ed aspettarsi ogni volta risultati deterministici, e però l'osservazione ed il riconoscimento di questo fenomeno, conosciuto come sistema vocalico siciliano o vocalismo siciliano, ci permette di spiegare in maniera elegante e razionale il perché di determinate differenze tra Siciliano ed Italiano standard, il perché dell'esistenza di costrutti poetici altrimenti inesplicabili in Italiano standard come la rima siciliana, ma soprattutto il perché le vocali delle parole in Italiano standard cambino quando le stesse parole vengono utilizzate in Siciliano, e viceversa.


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Sunday, 10 January 2010

L'anello mancante

Se si ponesse un righello su una mappa d'Europa sul 37° parallelo, si noterebbe che per uno di quei casi della geografia, vi sono almeno tre ben distinte regioni nel bacino del Mediterraneo che a quelle latitudini presentano almeno un centinaio di chilometri di costa rivolta a mezzogiorno, la Costa del Sol in Andalusia, la parte della Riviera Turca attorno ad Antalya in Anatolia e quella parte della costa Siciliana che guarda al Canale di Sicilia.

Se poi si prendesse come cardini di riferimento le città di Malaga, Agrigento ed Antalya, e si facesse una veloce indagine di geografia economica dei 150 chilometri di costa attorno a queste tre città, quindi per quanto riguarda la Sicilia bene o male la Provincia di Agrigento, focalizzandosi nel settore turistico, si noterebbe una stranissima e notevolissima discrepanza: mentre ogni anno la Costa del Sol e la Riviera Turca ricevono milioni di turisti stranieri, questo non avviene per nulla nell'Agrigentino, dove i turisti sono ogni poche centinaia di migliaia, e quelli stranieri una manciata.

Per quantificare, le statistiche ufficiali parlano di 360180 arrivi nel corso del 2008, di cui 140153 stranieri. Speriamo ovviamente che i turisti che nel 2009 siano venuti ad ammirare e godere delle tante bellezze naturali, paesaggistiche e culturali dell'Agrigentino, Siciliani, Italiani o di altri paesi, siano stati di più, ma in attesa delle nuove statistiche ufficiali per l'anno appena conclusosi, considerando anche la tendenza degli anni passati, sarebbe purtroppo già un risultato se almeno si fosse riusciti a riceverne altrettanti.

Ed a Malaga? Ed ad Antalya? Un modo per stimare le dimensioni in gioco è quello di considerare il numero di passeggeri in transito dai rispettivi aeroporti. Dall'aeroporto di Antalya nel 2008 sono transitati quasi 19 milioni di passeggeri, dei quali 16 milioni e 200 mila da e per destinazioni internazionali. Dato che ogni volta che arriva generalmente lo stesso turista riparte dallo stesso aeroporto, possiamo stimare in circa 8 milioni il numero dei turisti che sono andati a passare le proprie vacanze in zone confortevolmente raggiungibili da quell'aeroporto. Le autorità locali hanno dichiarato che nel 2008 nella zona di Antalya sono arrivati circa 9 milioni di turisti stranieri, per cui sembra di poter affermare con ragionevole certezza che quasi il 90% di questi arriva tramite voli aerei.

La cosa non deve stupire. Antalya, infatti, come Agrigento, è piuttosto periferica rispetto alle zone più densamente popolate d'Europa, e, come Agrigento, è collegata veramente male al resto del mondo. Per arrivare ad Antalya con la corriera ad esempio bisogna farsi almeno 14 ore di viaggio da Istanbul (e se uno è un turista straniero, prima deve averla raggiunta Istanbul!), per non parlare dei trasporti ferroviari, dato che la stazione più vicina ad Antalya è in una località chiamata Isparta, a 130km di distanza. In realtà, dato che la gran parte dei turisti che affollano i 72 grand hotel a 5 stelle di Antalya, come tutte le altre strutture ricettive della zona, sono Russi e Tedeschi, l'unica vera porta di accesso possibile e proponibile è la via aerea.

Discorsi molto simili si potrebbero fare per Malaga, per la quale, pur riconoscendo che negli ultimi anni siano state migliorate moltissimo le infrastrutture di trasporto non aereo, l'aeroporto è la principale porta di ingresso per buona parte dei milioni di turisti che affollano ogni anno la Costa del Sol.

Ed ad Agrigento? Quanti turisti arrivano ogni anno all'aeroporto di Agrigento?

La risposta purtroppo è zero. Nessun turista arriva all'aeroporto di Agrigento, perché Agrigento non ha un aeroporto. I 150 chilometri di costa intorno ad Agrigento, la Valle dei Templi, le bellezze di Sciacca, Licata, Eraclea Minoa e di tutte le altre località, che mi scuso per non poter citare qui tutte, vengono ogni anno visitate da poche decine di migliaia di turisti stranieri, che per arrivarvi devono attraversare le forche caudine delle infrastrutture di trasporto assolutamente inadeguate di una provincia senza un chilometro di autostrade e con collegamenti ferroviari ridotti ai minimi termini.

Se da un lato è pur vero che intorno alla provincia di Agrigento vi sono ben 3 aeroporti internazionali, ed un altro si spera si aggiungerà a breve a Comiso, dall'altro è innegabile che l'esperienza di Malaga o Antalya insegna che territori ad elevata vocazione turistica hanno bisogno di tante cose, ma soprattutto, quando sono, come anche Agrigento, periferici e difficoltosamente collegati ai propri bacini d'utenza potenziale, hanno bisogno come il pane di un aeroporto a due passi, dove possano convergere direttamente rotte internazionali da punto a punto e voli charter.

Uno degli anelli mancanti che non consente alla provincia di Agrigento di riuscire a sviluppare le proprie potenzialità nel settore turistico, probabilmente l'anello mancante determinante, la condicio sine qua non, è la mancanza di un aeroporto.

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