Tuesday, 9 February 2010

Let's go orange picking, one hundred years later

It is still six in the morning when "Austinu u robottaru" ("Agostin the Robot-handler") arrives with its self-driving truck.

He takes straight away the final arrangements with "u zu Mommu Chiantapattuadda" ("Uncle Jerome the Orange-planter"), so he can directly insert the various parameters (maturity of the fruit, weight, diameter, ..) through its neural implant, then "u zu Mommu" ("Uncle Jerome"), which has not got yet a neural implant himself because he is afraid of that, "what is this stuff they wish to plug on my brain?", pulls out a very obsolete device from his pocket, and he screams to it: "send him what you have to send!".

The obsolete harness contextualizes that, decides that "u zu Mommu" wants it to send data about the boundaries of the fields to "Austinu u robottaru," it decides to alter them slightly, either to prevent the robots to intrude into the neighbouring fields of "u zu Sparacinu Ascaruatta" ("Uncle Casper the Tin-Scratcher") either for its own personal satisfaction in somewhat reducing the revenues of its master, and then sends the data.

The neural implant of "Austinu" elaborates those straight away, in a short while he is grinningly checking and correcting them against the Solar System Land Registry (the robots have a tolerance of a billionths of a millimetre, they weren't certainly housed in Noah's Ark), sending at the same time the authorization for the payment of its services, then afterwards he screams "Let's go" (there would be no real need, but it is useful to give "u zu Mommu" a better appreciation of its job), and the robots get out of the truck and start to work, picking the oranges according to the provided parameters, each using a score of their mechanical arms at once, while "Austinu" goes home (he will come back to collect the robots at sunset, or tomorrow if the order was for 24 hours of orange picking), leaving "u zu Mommu" to curse remembering when his great-grandfather "Ron Vastianu u Cavaddaru" ("Sir Sebastian the horse-breeder") used "Tunisians and Blacks who were remorselessly working without even breathing" for figures definitely lower than what today it has to be paid to use those machines who don’t even need to eat.

"Austinu" naturally knows better, that was not exactly so, and it is obvious that using the robots actually costs much less, but arguing with "u zu Mommu" and the likes of him about these topics is truly wasting your own breath.

Amunì a cogghiri pattuadda, cent’anni dopo

Alle 6 del mattino arriva "Austinu u robottaru" con il camioncino (autoguidato), prende gli ultimi accordi "cu zu Mommu Chiantapattuadda", inserisce direttamente attraverso l'impianto neurale i vari requisiti (maturità del frutto, peso, circonferenza, ..), "u zu Mommu", che non si è ancora fatto fare l'impianto di un terminale neurale "picchi si scanta", "chi su sti cosi azziccati nu ciriveddu?", tira fuori un aggeggio anti diluviano dalla tasca, e gli dice "mannaci soccu ci ha mannari", l'aggeggio anti diluviano contestualizza, decide che "u zu Mommu" vuole che gli mandi i dati sui confini ad "Austinu u robottaru", li modifica leggermente, sia per evitare che i robot possano sconfinare nel terreno dello "zu Sparacinu Ascaruatta" sia per soddisfazione personale nel ridurre leggermente le entrate del padrone, e manda i dati, che vengono elaborati dall'impianto neurale di "Austinu", che sogghignando li corregge istantaneamente controllando con il catasto Unico del Sistema Solare (i robot poi hanno una tolleranza di miliardesimi di millimetri, non sono mica stati ospitati dall'Arca di Noé), insieme all'autorizzazione al pagamento, dopodiché grida "Amunì" (non ce ne sarebbe bisogno, ma serve per fare apprezzare di più il suo lavoro a "u zu Mommu"), ed i robot escono dal camioncino per i fatti loro e si mettono a lavorare, raccolgono le arance secondo i parametri, usando una ventina di braccia meccaniche in contemporanea, mentre "Austinu" se ne torna a casa (tornerà a riprendere i robot al calar del sole, o l'indomani se l'ordine è per 24 ore di raccolta) lasciando "u zu Mommu" a sacramentare di quando suo bisnonno "Ron Vastianu u Cavaddaru" usava "Niura e Tunisina chi travagghiavanu senza fiatari" per cifre certamente inferiori, rispetto a quanto tocca pagare al giorno d'oggi per una "ri sti machina chi mancu hannu a pistiari".
"Austinu" naturalmente sa che non andava esattamente così, e che usare i robot in realtà costa molta meno, ma argomentare "cu zu Mommu" et similia di questi argomenti "è ciatu persu".

Thursday, 28 January 2010

Ma che fine hanno fatto i Turchi del Palermo?

Tra il 1950 ed il 1962 tra i tanti stranieri che vestirono il rosanero del Palermo, vennero acquistati ben tre giocatori Turchi.

Il primo, raccomandato addirittura da quello che viene spesso considerato, probabilmente a ragione, il più grande giocatore che abbia mai vestito le maglie della nazionale Italiana, Giuseppe Meazza, che lo aveva conosciuto nell'immediato dopoguerra per via del suo ruolo di allenatore del Beşiktaş, fu Şükrü Gülesin (sciucriù ghiulesìn), Istanbulita purosangue, leggendario centravanti di sfondamento del Palermo nel 1950/51 (13 goal) e nel 1952/53 (7 goal).

Şükrü bey, che prima di approdare in Sicilia aveva guidato il Beşiktaş alla conquista di ben 6 titoli in 7 anni (e l'unico anno mancante, lui giocava altrove), e che giocò anche una stagione nella Lazio, con la quale mise a segno 16 goal nel 1951/52, nel 1953 ormai trentenne se ne tornò in Turchia, nella sua amata Istanbul, dove finì la carriera militando ironicamente nelle fila del Galatasaray (tra l'altro riuscendo a vincere il campionato nel suo ultimo anno da professionista), e dove purtroppo morì di infarto appena cinquantacinquenne nel 1977, non prima però di essere finito nel Guinness dei primati per aver segnato ben 32 volte in carriera direttamente da calcio d'angolo!

Vera e propria stella del calcio Turco negli anni '40, Şükrü giocò, e segnò, anche alle Olimpiadi di Londra del 1948, dove la sua nazionale arrivò quinta, e guidò la Turchia alla conquista della qualificazione ai mondiali del 1950, conquistata distruggendo ad Ankara la Siria, che all'epoca era inserita nei gironi di qualificazioni Europei, in un incontro arbitrato dall'Italiano Antonio Gamba e finito 7 a 0. Ironia della sorte, la Federazione Turca fu costretta a rinunciare alla partecipazione al mondiale in Brasile, così come rinunciò la Scozia, e come addirittura rinunciarono le altre due nazionali Europee chiamate a sostituirle, la Francia ed il Portogallo, cosi come rinunciò anche l'India, celebremente perché la FIFA si rifiutò di permettere ai giocatori Indiani di giocare a piedi nudi, cosicché la Coppa Rimet fu contesa soltanto da 13 squadre, ed il nostro Şükrü perse l'occasione di giocare ai mondiali. Quattro anni più tardi la Turchia, magistralmente guidata dal Piacentino Sandro Puppo, che in carriera si tolse lo sfizio di guidare squadre come la Juventus ed il Barcellona, si qualificò nuovamente, questa volta ai danni della ben più quotata Spagna, eliminata a Roma dopo uno dei più drammatici spareggi della storia del calcio europeo, arbitrato ancora una volta da un Italiano, Giovanni Bernardi, ma il treno per Şükrü, oramai sulla via del tramonto, era ormai passato.

Ai mondiali Svizzeri del 1954 partecipò invece il secondo dei Turchi del Palermo, Bülent Eken (biulènt ekèn), altro Istanbulita, difensore approdato alla Salernitana dal Galatasaray nel 1950/51, che stranamente vestì le maglie rosanero per 17 volte proprio in quella stagione, il 1951/52, in cui Şükrü Gülesin vestì le maglie biancazzurre della Lazio. Tornato in Turchia al Galatasaray, vinse insieme a Şükrü il campionato del 1954/55, dopodichè a fine carriera divenne allenatore, arrivando ad allenare per oltre un anno la nazionale Turca negli anni '60, poco prima del ritorno di Sandro Puppo.

Il buon Bülent bey, che inşallah (insciallà) dovrebbe essere ancora vivo e vegeto, era un coetaneo di Şükrü, con il quale aveva condiviso l'avventura Londinese, ma pare che per renderlo più appetibile agli occhi dei possibili acquirenti Italiani, gli avessero tolto un lustro dai documenti anagrafici, ma all'epoca, si sa, era costume diffuso.

Il terzo giocatore Turco ad indossare la maglia rosanero, Metin Oktay (metìn oktài), è un po un enigma, e probabilmente la ragione per la quale il Palermo smise di cercare giocatori sul Bosforo. Mentre Şükrü Gülesin fu una delle grandi stelle del Beşiktaş, lo Smirniota Metin bey è stato uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi del Galatasaray. Profilico attaccante, segnò in carriera qualcosa come 635 goal, di cui ben 354 in campionati di prima divisione e 19 in nazionale, in sole 36 apparenze, una media goal ottima a livello internazionale. Capocannoniere nei campionati Turchi per ben 10 stagioni, riuscì a diventare re del goal per ben 7 volte nell'arco di 8 stagioni. Indovinate dove giocava nell'unica stagione mancante, nell'unico grande fallimento della sua gloriosa carriera? Nel Palermo. Nel 1961/62 Metin realizzò infatti appena 3 goal durante le sue 12 presenze in maglia rosanero.

In realtà che qualcosa potesse non andare bene si sarebbe potuto immaginare, d'altronde Metin era balzato agli onori della cronaca per il divorzio concesso alla moglie Oya Sarı (òya sàre) per aver rotto la promessa di tornare a giocare nella squadra della comune città natale, l'İzmirspor, preferendo un ricco contratto ad Istanbul sia all'amore muliebre che a quello della squadra di calcio per la quale tifava da bambino. Probabilmente più che il denaro, dato che probabilmente a Palermo avrebbe guadagnato ancora di più, Metin si era innamorato sia Istanbul che soprattuto del Galatasaray, che in Turchia chiamano tutti Cimbom (gimbòm). I colori giallorossi gli erano entrati nel sangue, e con la tifoseria della squadra giallorossa Metin creò un legame unico, rinsaldato da una di quelle capacità che trasformano in idoli agli occhi delle tifoserie di tutto il mondo, la sua incredibile abilità di segnare durante i derby. Metin segnò infatti ben 13 goal ai cugini del Beşiktaş, e divenne l'autentica bestia nera dei rivali d'oltrebosforo, i gialloblù del Fenerbahçe, ai quali segnò in carriera ben 19 goal, guadagnandosi il soprannome di taçsız Kral (tacjsìz cràl), vero e proprio Re senza corona della sterminata tifoseria Cimbom.

Metin morì in un tragico incidente automobilistico nella sua patria adottiva Istanbul nel 1991, riposa proprio di fronte alle maestosa mura Costantinopolite, ed ogni anno nell'anniversario della sua morte i giocatori ed i tifosi del Galatasaray si recano in pellegrinaggio alla sua tomba. Il club gli ha dedicato il proprio centro sportivo d'allenamento a Florya, un bellissimo quartiere sul mare a due passi dall'aeroporto internazionale Kemal Atatürk, mentre i tifosi gli hanno dedicato un grazioso e commovente sito, in rosanero!

Tuesday, 26 January 2010

Il burqa ed i diritti degli altri, un conflitto di princìpi

Mia nonna, nata a Mazara nel 1903 e cattolicissima, come gran parte delle Siciliane sue coeve, nel solco di una tradizione plurisecolare se non millenaria, non solo è sempre uscita da casa con il velo, ma lo usava anche a casa durante le visite di persone estranee alla famiglia. Il velo in questione non impediva certo il riconoscimento, ed era usualmente tanto fino da lasciar trasparire i capelli, ma ciononostante dubito che mia nonna sarebbe stata disposta ad uscire da casa senza indossarlo. Di tanto in tanto anche mia madre, specialmente in inverno, continua ancora oggi ad uscire da casa indossando un foulard di seta fine, e personalmente non trovo che ci sia assolutamente nulla di male che donne di qualsivoglia religione o etnia o tradizione culturale decidano liberamente di indossare in pubblico veli o copricapi che non ne impediscano il riconoscimento, ivi comprese tantissime forme di hijab, ad esempio quelli diffusi nel Nord Africa o in Turchia, che lasciano il viso scoperto.

Premesso che in spazi privato il discorso è ovviamente differente, la questione sull'uso in pubblico altre forme di hijab, come il burqa o il niqab, che chiaramente impediscono il riconoscimento della persona, è però differente, ed estremamente controversa.
Nel caso in questione infatti vengono in contrasto princìpi differenti, da un lato la libertà di espressione personale, culturale e religiosa, dall'altro l'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il diritto alla sicurezza della propria persona e le esigenze di ordine pubblico della comunità. Nei termini della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, vediamo chiaramente contrapposti da un lato i princìpi esposti negli articoli 18 e 27 dall'altro quelli esposti negli articoli 3 e 29, mentre i princìpi esposti in altri articoli (1, 2, 6, 7, ...) potrebbero tranquillamente essere reclamati dai sostenitori di entrambe le tesi.

Personalmente propendo per la limitazione dell'uso delle forme più estreme di hijab nei luoghi pubblici, così come di qualsiasi indumento o mascheramento che impedisca il riconoscimento delle persone, soprattutto perché ritengo sia importante poter porre dei limiti all'espressione religiosa quando questa minacci di travalicare i limiti della libertà e dei diritti altrui.

Estremizzando, se un domani gli adepti di una religione qualsiasi tentassero di reintrodurre pratiche come i sacrifici umani o gli infanticidi rituali, indipendentemente dall'opinione e dalla credenza o fede religiosa della maggioranza della popolazione, che potrebbe a quel punto essere per assurdo ipoteticamente favorevole a tali pratiche, spero si concordi con me che queste pratiche dovrebbe venire in ogni caso vietate nella maniera più assoluta, anche quando le vittime di queste pratiche fossero addirittura consenzienti.

La libertà di religione è certamente una conquista importante, e senza dubbio meritevole di essere riconosciuta e difesa, ma non può e non deve mai essere utilizzata ed utilizzabile per limitare le libertà ed i diritti altrui.

Questo senza nemmeno voler iniziare il discorso dell'uguaglianza di fronte alla legge, perché mai a norma della Legge Reale o del TULPS un qualsiasi cittadino in passamontagna o maschera dovrebbe rischiare l'arresto, pene carcerarie e pesanti multe pecuniarie, quando ad altri cittadini viene in pratica nel frattempo garantita una completa immunità dalle regole valide per tutti gli altri, basandosi su argomenti tremendamente opinabili e sicuramente controversi, come le tradizioni culturali o religiose?

Monday, 25 January 2010

While France may ban burqas, what about Sicily?

The findings of a French parliamentary committee chaired by the Communist MP Mr André Gerin may lead France towards the implementation of laws imposing a ban on the use of garments, as the burqa, the niqab or the chador, which are rendering difficult the recognition of the persons wearing those in public places like schools, universities, subways, trains, but not in all public spaces.

What about Sicily?

In Sicily, most of the legislation on public security is the responsibility of the Italian Republic, which has already "famously legislated" on the subject, almost 35 years ago, in the art. 5 of the Law 152 of the 1975, "Measures to protect the public security" written by the then Minister of Justice, Mr. Oronzo Reale, whose first paragraph translation in English, as it stands currently in force, may read as follow:

"Without a proper justification, it is forbidden the use of protective helmets, or of any other means that could make difficult to recognize a person in public places or in places open to the public. In any case the use of the previously mentioned means is prohibited at any demonstration or assembly taking place in public places or in places open to the public, except in those events of a sport that would require such use."

The two following paragraphs of the same article then are promising a significant punishment for the offenders:

"The offender shall be punished by imprisonment from one to two years and by a fine from 1,000 to 2,000 Euro. The offender caught in flagrante delicto may optionally be arrested."

There is also the art. 85 of the Royal Decree 773 of 1931, the "Consolidation Act of the laws on public security", more notorious with its Italian language acronym TULPS, a product of Mussolini’s dictatorship still partially in force nowadays, which actually prohibits anyone to go around with masks of any kind.

At this point it would seem peaceful to deduce that in Sicily, as in the rest of the Republic of Italy, garments such as the burqa or the niqab, which are evidently making difficult, if not impossible, to recognize the person wearing those, should already be banned.

In fact, it is not truly so, as over the years, Italian case law has tended to deem the use of the burqa or similar garments as an expression of religious or cultural nature, from which arises a possible grounds for the person who wears those to bring forward a proper justification, see in example the ruling 3076 of the sixth Section of the Council of State, from the 19th June 2008, therefore the burqa, the niqab and similar garments are usually not regarded as generally prohibited, hence remaining truly legally banned only during public demonstrations or assemblies.

In Sicily, as in the rest of the Republic of Italy, you cannot then go to a strike or to attend a football game in burqa or niqab, as no one should be able to join those events in balaclavas or helmets, but, surprisingly, it seems that you may go to an airport, as long as you would agree to take off those culturally or religiously properly justified items of garment at the time of identification!

La Francia vieta il burqa, ed in Sicilia?

Dalle anticipazioni sulle conclusioni dell’apposita commissione di studio presieduta dal deputato comunista M. André Gerin, sembra che in Francia si stia andando verso la creazione di una legislazione che imponga il divieto di uso di indumenti atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, come il burqa, la niqab o il chador, nei luoghi pubblici come scuole, università, metropolitane, treni, ma non in tutti gli spazi pubblici.

Ed in Sicilia?

In Sicilia buona parte della legislazione sull’ordine pubblico è di competenza della Repubblica Italiana, la quale ha “celebremente legiferato” sull’argomento già quasi 35 anni fa, nel primo comma dell’art. 5 della legge n. 152 del 1975, “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico“, redatta dall’allora Ministro della Giustizia, il Sig. Oronzo Reale, che nel testo vigente riporta:
“È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.”

I due commi seguenti raccomandano poi punizioni non da poco per i contravventori:

“Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.”

Esisterebbe poi ancora l’art. 85 del R.D., il “Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza“, il famigerato TULPS di Mussoliniana memoria, che proibirebbe a chiunque di andare in giro con maschere di qualsivoglia tipo.

A questo punto sembrerebbe pacifico dedurre che in Sicilia, come nel resto della Repubblica Italiana, indossare in luoghi pubblici indumenti come il burqa o il niqab che rendono difficoltoso, se non impossibile, il riconoscimento della persona dovrebbe essere già vietato.

In realtà non è del tutto così, infatti, negli anni, la giurisprudenza Italiana si è orientata a considerare l’utilizzo del burqa come una espressione di carattere religioso o culturale, da cui nasce un possibile giustificato motivo per la persona che lo indossa, vedi ad esempio la sentenza del Consiglio di Stato, VI Sezione, 19 Giugno 2008, n. 3076, per il quale burqa e niqab et similia non solo non possono venire considerate come maschere, ma anzi possono rimanere vietati soltanto nel corso di manifestazioni pubbliche.

Non si può andare quindi ad uno sciopero od ad assistere ad una partita in burqa o niqab, come non ci si dovrebbe poter recare in passamontagna o balaclava, ma sorprendentemente sembrerebbe che ci si possa andare in aeroporto, posto che chi lo indossa si tolga tali indumenti al momento dell’identificazione!

Monday, 11 January 2010

Siciliani in viaggio: un giorno in frontiera tra Grecia e Turchia

Uno giorno d’agosto di qualche anno fa, più per caso e per curiosità personale che per necessità, sono stato testimone ed in un certo qual modo, protagonista di una peculiare vicenda burocratica, di cui racconterò ampiamente nei paragrafi a venire; prima di continuare, però, caveat, invito sin da subito e con veemenza tutti coloro ai quali venisse in testa di provare ad emulare quanto verrà raccontato a desistere: non provateci nemmeno!

Mi ero recato alla frontiera tra la Turchia e la Grecia per accompagnare in Hellade mio fratello e mia sorella, Siciliani anch’essi ovviamente, ed il di lei futuro marito, Reggino (almeno Siculofono quindi!), con i quali tra fine luglio ed inizio agosto avevamo fatto un viaggio da Reggio Calabria (in realtà io ero partito qualche ora prima da Erice) ad Antiochia, con fermate più o meno lunghe ad Istanbul, Göreme (in Cappadocia) ed Arsuz (l’Issos di Macedonica memoria).

L’auto (una Kia Sportage 2000cc cabrio benzina rossa, unica nota negativa i 9 km ad Euro di media lungo i 5,500 km per i quali ho fatto parte dell’equipaggio) era stata registrata nel mio passaporto, ragion per cui dovevo farmi timbrare l’uscita dalla Turchia, ma non volevo arrivare alla frontiera Hellenica, per ragioni che saranno chiare successivamente. Ingenuamente ho fatto partecipe di questo mio desiderio l’incaricato alla frontiera turca, che mi ha esplicitamente intimato di arrivare alla frontiera Greca perché nessuno degli altri tre passeggeri aveva una delega a condurre.

Se non gli avessi detto nulla, avrei potuto tranquillamente scendere dalla macchina in terra di nessuno, salutare tutti e tornarmene indietro, anche perché ai Greci (e questo anche per via di esperienze precedenti), sembra che di deleghe a condurre di un mezzo con targa UE non gliene importi proprio nulla. Una volta costretto, ho guidato fino alla frontiera Greca, ho lasciato l’auto ai miei compagni di viaggio, e me ne sono tornato a piedi (attraversando la frontiera a piedi, gli Helleni non mi hanno nemmeno fermato per controllare i documenti, come prima con l’auto, quando ci avevano soltanto chiesto se avevamo a bordo sigarette o alcool).

Sapevo però di avere un appuntamento con il destino, che nel mio caso si chiamava Yoryos (Giorgio). Questo bel ragazzo di Thessaloniki di nemmeno vent’anni, alto, magro, biondo e con gli occhi azzurri, che avrebbe tranquillamente potuto ottenere la parte di protagonista di qualche film su di Alessandro il Grande, era di guardia sul penultimo posto di guardia Greco prima del ponte sull’Evros. Sapevo che i suoi ordini erano quelli di impedirmi il passaggio del ponte, che per chissà quale astruso motivo non può essere attraversato a piedi, ma fingendo innocenza ed ignoranza mi sono avventurato fino alla sua cabina, sperando chiudesse un occhio o che mi lasciasse inavvertitamente passare.

Il povero Yoryos, provato dalla completa solitudine del suo compito, non vedeva invece l’ora di beccare un povero cristo con cui imbastire un po’ di conversazione per rompere la monotonia dei turni di guardia. Siamo stati tre quarti d’ora a conversare del più e del meno, perlopiù nel suo stentato ma non sottovalutabile inglese, e devo dire che alla fine mi stava pure simpatico, ed avrei trovato la cosa pure piacevole se non fossimo stati sotto un torrido sole ad un centinaio di metri da un’irraggiungibile meta.

Yoryos è un soldato di leva, sottoposto ad una corvée non proprio attraente: turni di guardia solitaria di 3 ore, intervallati da turni di 6 ore di esercitazione o lavoro in caserma, con 6 ore di sonno ogni 18 ore di servizio. Fortunatamente dopo una mezz’ora passata a parlare del più o del meno si è offerto di aiutarmi a trovare un passaggio, e si è messo a fermare i rari automezzi che passavano. Ce ne fosse stato uno con un posto disponibile! Alla fine ha beccato l’asso di briscola in un gentile camionista Turco alla guida di un enorme TIR della Omsan (uno dei giganti della logistica Turca), grazie al quale sono riuscito finalmente ad attraversare il maledettissimo ponte.

Conversando con Yoryos sul ciglio della strada, mi sono accorto che una delle auto che avevano attraversato il ponte dirette alla frontiera Turca, occupata da tre ragazzi sulla ventina o poco meno, mostrava una bella targa italiana, così quando, ormai all’interno della nuovissima stazione di frontiera Turca (la vecchia è stata in pratica spianata), li ho visti in fila mi sono avvicinato per vedere se riuscivo a trovarmi un passaggio per Istanbul.

La mia speranza è sfumata quando ho visto che l’auto era stracarica, per cui una volta che c’ero ne ho approfittato per scambiare due chiacchere in Italiano: i tipi erano Milanesi. Stavo per andarmene per la mia strada, quando ho visto sul cruscotto tre carte d’identità, e mi è suonata una campanella in testa. Ora avrei potuto andarmene tranquillamente per la mia strada, e magari mettermi a cercare un altro passaggio, ma da buon Siciliano ho voluto compiere la mia buona azione quotidiana, ed ho chiesto al ragazzo alla guida se aveva portato con se il passaporto.

Due dei tre mi hanno risposto all’unisono che la guida Lonely Planet affermava che per entrare in Turchia non ci fosse necessità del passaporto, ma che bastasse la sola carta d’identità, al che gli ho dovuto raccontare la triste verità, e che cioé senza passaporto non potevano importare temporaneamente l’auto; ho consigliato loro inoltre di parcheggiare l’auto, dacché prima di entrare avrebbero dovuto andare ad acquistare i necessari visti!

Dopo essere andato a farmi timbrare il passaporto per rientrare in Turchia, ed essermi sorbito l’occhiataccia del poliziotto per il fatto che stavo rientrando il giorno stesso la mia uscita dal paese, mi sono accorto che i tre ragazzi milanesi erano piuttosto spaesati, ragion per cui mi sono offerto di guidarli nei meandri della burocrazia turca.

Altro che buon Samaritano, quello sulla strada da Gerusalemme a Gerico, anche lui Siculo in viaggio doveva essere!

Siamo entrati nell’ufficio doganale, dove ho attratto l’attenzione di un impiegato, al quale ho spiegato nel mio Turco stentato la situazione; il tipo ci ha riflettuto sopra, ed alla fine, incredibilmente, si è offerto di fare entrare l’auto con la sola carta d’identità del proprietario.

Ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre era proprietario dell’auto, e che non si erano portati dietro uno straccio di delega a condurre? A questo punto mi sono messo d’impegno ed ho spiegato la cosa al tipo (o almeno credo di esserci riuscito), il quale mi ha offerto un’altra scappatoia: se gli facevamo avere un fax con la delega a condurre e la carta d’identità del proprietario, ci avrebbe messo una buona parola lui con il direttore per far entrare l’auto in spregio a tutta la normativa vigente.

Ripensandoci, chissà se questo funzionario non avesse antenati Siculi anche lui!

A questo punto però ci credereste ora se vi dicessi che nessuno dei tre conosceva il proprietario dell’auto? L’auto era intestata ad una signora che a quanto pare era l’ex datrice di lavoro del padre di uno dei ragazzi, padre a cui l’auto era stata venduta da pochissimo tempo, tanto che la cosa non risultava ovviamente nel libretto. Anche il padre, poi, volendo, dare un’auto appena comprata e materialmente senza documenti al figlio per andare a fare un viaggio di migliaia di chilometri attraverso almeno tre distinti paesi …

Miracolosamente tra i vari documenti i ragazzi hanno trovato una registrazione al PRA al nome del summenzionato padre, il quale dopo circa due ore (nel frattempo abbiamo pranzato in un ristorantino nel duty-free annesso alla stazione di frontiera) è riuscito ad inviare un fax con una delega a condurre in Inglese (ci credereste che una sua collega l’aveva sottomano perché una sua figlia aveva fatto la stessa intelligentissima cosa tempo addietro? Tutte cime i genitori Padani? O semplice disabitudine all’oppressione burocratica?) e la sua carta d’identità, dopodiché sono riuscito a far passare il documento del PRA come parte integrante del libretto di circolazione (una bianca bugia diremmo in Inglese), ed alla fine il funzionario si è convinto ad alzare un telefono rosso fuoco ed a farci rilasciare tutte le necessarie autorizzazioni.

Quasi tutte … ai ragazzi mancava ancora il visto!!!

Credevo di averle viste tutte, ma questa ancora mi mancava: quando si entra in Turchia con la carta d’identità, i Turchi appendono il visto sopra un foglietto di carta bianco, sul quale vengono stampati i timbri di entrata ed uscita. A quanto pare al funzionario delegato alla vendita dei visti erano finiti i fogli bianchi (o gli era andato il pranzo di traverso, o proprio gli stavamo antipatici, chi lo sa?), ed ha appeso i visti sulle carte d’identità. Cose mai viste! Basito, ho accompagnato i tre ragazzi dal poliziotto dell’occhiataccia, avvertendoli della stranezza, ed infatti il tipo di fronte a quelle tre carte d’identità con visto prima ha sacramentato in Turco, poi intravedendomi alle loro spalle mi ha rinnovato l’occhiataccia, è uscito fuori dal suo chiosco ed ha preteso il mio passaporto.

Ho messo su una faccia angelica mentre lui controllava se per caso non fossi ricercato per un qualsivoglia reato, non trovando nulla su cui appigliarsi mi ha restituito il passaporto, ma non ha ovviamente bollato le carte d’identità dei tre ragazzi, ordinando a me di portarli dal suo superiore nel chiosco accanto, che però era vuoto. A questo punto siamo tornati nuovamente dal funzionario ai visti, con il quale ci siamo semplicemente presi a maleparole (colpa anche mia, non ricordo mai il termine turco per “foglio di carta bianco“, e lui non aveva idea di cosa fosse un paper), ed alla fine ci siamo imbattuti nel superiore del poliziotto dell’occhiataccia.

Il tipo, probabilmente settuagenario, ha sacramentato a sua volta per l’assurdità dei tre visti appiccicati sulle carte d’identità, ma fortunatamente ha tirato fuori tre foglietti bianchi su cui ha trasferito i tre visti (slinguandoli), che ha poi provveduto a bollare. A questo punto abbiamo acquistato il visto per l’auto, e fortunatamente il responsabile stava ancora aspettando l’italiano con la carta d’identità (AKA il Milanese con il papà un po sbadato), e finalmente siamo riusciti ad uscire da quella trappola.

I tre Milanesi avevano oramai fatto un punto d’onore del dovermi accompagnare ad Istanbul, per cui ci siamo divisi il carico in una maniera differente (ho viaggiato abbracciato ad materassino argentato), ma alla fine ad Istanbul a casa della mia amorevolissima e preoccupatissima futura moglie gli ho potuto offrire un bel (?!) caffé espresso fatto con una macchina a pistone che avevamo prestato due anni addietro a degli amici Turchi e che ci era stata restituita giusto qualche giorno prima, ma questa è un’altra storia…

P.S.: mi ripeto, non provate ad importare temporaneamente in Turchia un mezzo senza passaporto e delega a condurre, la storia appena raccontata rimane nell’ambito delle esperienze eccezionali, qualunque poliziotto turco, con la cena di traverso o anche soltanto rompicoglioni, e a conoscenza delle convenzioni internazionali avrebbe potuto trovare mille pretesti per sequestrare o confiscare anche soltanto temporaneamente l’auto una volta in Turchia.

Chi entra in Turchia con un’automobile (o una moto) deve portarsi appresso il passaporto per segnare l’importazione temporanea del mezzo, ed il mezzo deve essere di sua proprietà o deve possedere una delega a condurre lo stesso firmata dal proprietario ed autenticata ufficialmente (da un notaio o da un pubblico ufficiale, io mi rivolgo solitamente alla delegazione municipale più vicina).

Fortunatamente la conoscenza dei trattati internazionali non è proprio il forte dei poliziotti turchi (probabilmente nemmeno di quelli di tutte le genti del bel paese là dove ‘l sì suona), i quali un centinaio di chilometri prima di Istanbul ci hanno fermato e ci hanno fatto una multa di 41 milioni di lire Turche (20 Euro!). Perché, vi chiederete voi? Presto detto, il ragazzo alla guida aveva acceso le luci, la cosa aveva attratto inevitabilmente l’attenzione di una coppia di poliziotti (perché mai tiene le luci accese di giorno si saranno chiesti), ed uno dei due si è accorto che una delle luci anabbaglianti era rotta, il resto è storia …

P.P.S.: caveat finale, non sono un avvocato, sopra ho raccontato di un’esperienza accaduta qualche anno addietro, non è assolutamente detto che nel frattempo le leggi non siano già cambiate due o tre volte, o che anche all’epoca venissero interpretate erroneamente da alcuni o da tutti gli attori, per cui informatevi sempre personalmente, prima di partire per un viaggio in auto o in moto all’estero, sullo stato dell’arte legislativo e su quali siano le normative valide per il momento.

A ben pensarci è incredibile come i cittadini elettori permettano che i vari Stati facciano a gare nell’introdurre sempre nuove leggi, circolari, regolamenti, scartoffie, ma d’altronde et corruptissima re pubblica plurimae leges.

[Pubblicato su BlogSicilia]